Ti trovi inLa rivoluzione dall'interno
La rivoluzione dall'interno

di Milo Dal Brollo
5° CSC Liceo Sabin di Bologna
Si stava meglio quando si stava peggio.
Questo sento spesso ripetere da alcuni adulti, anche 30enni, quando riflettono sulla vita di noi tutti. Ci vorrebbe un cambiamento radicale, a quanto dicono. Ma che cambiamento si prospettano tutti?
In realtà nessuno lo sa dire. Parlano di soldi e di organizzazione migliore della società, al massimo, ma nessuno sa quale possa essere il carburante che possa darci l’energia e il fermo credito per compiere un cambiamento fondamentale. Già, cambiare, ma in base a che cosa? Quale può essere il principio così saldo da permetterci di dire: “Sì, mi metto in gioco per cambiare la società e continuare a mantenerla viva come mantengo vivo me stesso”? Esiste ora in noi una convinzione così forte? Abbiamo un principio profondo, anche solo dimenticato, intorno a cui imperniare le nostre scelte di vita?
Per cambiare la società dobbiamo porci molti problemi, anzitutto perché noi riteniamo più giusti dei cambiamenti piuttosto che altri. In sostanza, si pone un problema di etica fondamentale, nel senso che il problema riguarda le fondamenta ideali di ognuno di noi in base alle quali prendiamo decisioni e valutiamo il mondo e le persone. Ma la persona moderna è caratterizzata da una forte mancanza di ideali, di fede, di bruciore dubbioso, di ardite vedute – e questo soprattutto noi giovani – che frena sul nascere qualsiasi tentativo anche solo di mettere in discussione la cultura in cui siamo cresciuti e la nostra attuale situazione. Perché? Cosa c’era prima, quando si stava peggio, che adesso a noi manca e ci consenta di sentirci parte integrante di qualcosa? Quali sono le fondamenta da cui ripartire? E per arrivare dove?
Personalmente non posso proporre una risposta definitiva, ma di una cosa sono sicuro. Di fronte a un problema del genere, la nostra società e la nostra cultura non offrono gli strumenti, i luoghi e le persone adatti ad affrontare un pericolo del genere. La totale mancanza di spinta verso una ricerca, verso un orizzonte nuovo, verso una scoperta, si è talmente espansa da infiltrarsi sottilmente nell’intera cultura in cui cresciamo.
Lo stato fonda l’educazione dei suoi cittadini nella scuola; questo è il luogo che dovrebbe educarci e fornirci gli strumenti adeguati per pensare, grazie a persone esemplari. Ma in mezzo a questo vuoto totale di cultura, a che cosa ci educano questi sprovveduti professori? Che esempio ci danno? Ragazzi!, non avete l’impressione che quello che ci insegnano a scuola siano solo un mucchio di nozioni, adatte in gran parte solo al successo professionale, scollegate da qualsivoglia messaggio educativo, esemplare, a cui fare riferimento, da sperimentare, da criticare, persino da rifiutare?
Sì, ci verranno pure a dire che quello che si insegna oggi “non sono più formulette, date, nomi, luoghi, regoline, eccetera, da imparare a memoria come si faceva 40 anni fa!”, e magari sarà anche vero – ma resta il fatto che ciò che ci insegnano sono un mucchio di constatazioni fatte da altri, su cui non ci è dato pensare.
Non ci è dato pensare non perché i professori sono brutti e cattivi, ma perché gli stessi professori non sanno cosa pensare – di sé, degli altri e del mondo intero – e proporci per un reale confronto di idee e di domande, e perché l’intera organizzazione scolastica fa riferimento a una mentalità puramente tecnico-professionale in cui non è lecito domandarsi, ma è lecito eseguire istruzioni accumulate nel tempo. Per questo i programmi a scadenza predeterminata non consentono di approfondire gli argomenti di studio con dubbi profondi e confronti col professore e i compagni; per questo i voti col numero sono spersonalizzanti e non danno un senso qualitativo allo studio del ragazzo; per questo i ragazzi si ribellano e sfasciano tutto senza alcuna cognizione di causa e i professori subiscono e non sanno cosa fare – perché anche loro fanno senza cognizione di causa etica, ma solo professionale.
La mentalità tecnica, burocratica e professionale con cui è stata impostata dall’alto la scuola non contempla neanche lontanamente i sentimenti fondamentali dello studio, del confronto e della scoperta, quali la passione, la meraviglia, la curiosità, la trepidazione, la gioia, la tristezza, la commozione, la rabbia, la fiducia in sé stessi e nel tuo compagno che cerca la tua stessa cosa. Cosa importa alla burocrazia, che si “cura” di noi dalla culla alla bara, le passioni che tu hai, le curiosità che tu hai, i malesseri che tu hai, il bisogno di comprendere che tu hai, il bisogno di confidarti che tu hai? All’impostazione tecnica importa solo che tu sappia eseguire e giostrarti nelle nozioni che la scuola – apparato appositamente costruito allo scopo – ti ha insegnato per essere competitivo nel lavoro.
Dell’uomo, nessuno prende minimamente in considerazione la parte più importante: il cuore. Ecco cosa avevano quelli prima di noi, che magari stavano peggio economicamente – non avevano chissà quale apparato burocratico così pervasivo ed efficiente come il nostro – ma che avevano ancora qualcosa in cui credere riferendosi al loro cuore, vivo, pieno, non morto e vuoto come il nostro.
Il cuore vuoto e morto che abbiamo oggi è frutto di una dis-educazione forzata dettata dalla mentalità per cui tutti gli ideali sono falliti e non ha senso credere in altri perché sono solo sogni, per cui all’uomo non resta niente se non quello di vivere per lavorare dato che non c’è nulla di più alto in cui credere, perché – in fondo – l’uomo non è altro che un cervello che scarica impulsi elettrici nel corpo.
Avete capito? La scienza ci dice che il nostro pensare e il nostro sentire, che vanno di comune accordo nell’accendersi di noi stessi nelle nostre domande e nelle nostre vedute, non sono altro che vita cellulare, impulsi elettrici, biologia. Ecco che nella scuola veniamo confusi dai professori come dei software in cui incamerare grandi CD-rom enciclopedici, e noi confondiamo i professori come degli spinotti che ci trasmettono i dati. In questo modo, noi crediamo ciò che ci dicono, e i professori credono in ciò che si dicono e che hanno detto a loro dei precedenti professori. Siamo stati tutti oggetti di una dis-umanizzazione costante, una violenza inaudita.
Ma, in questo modo, la curiosità che da piccoli avevamo viene coltivata nella scuola? Oppure la scuola ci ammazza? In questo modo la scuola ci insegna a pensare sul mondo e sulla nostra vita? Oppure ci rende inerti? In questo modo, lo stesso insegnamento, lo stesso domandare, lo stesso apprendere che significato hanno? Sono biologia?
Siamo solo biologia? O c’è qualcosa che urla in noi che aspetta solo di essere liberato: LA DOMANDA DAL CUORE?
- Login o registrati per inviare commenti