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P.O.F. ovvero: Penso Oppure Funziono?

di Lucia Bertossa
Liceo Classico Marco Minghetti, ex 3a I, Bologna
Ogni scuola presenta il fantomatico P.O.F., ovvero il Piano dell’Offerta Formativa, il cui compito è quello di elencare i punti su cui essa lavorerà e i valori in cui crede.
Ma tra il dire…
Le promesse sono molteplici e ne riporto alcune tratte dai P.O.F. di alcune scuole di Bologna: studio delle lingue classiche per riscoprire le proprie radici (nei licei classici, naturalmente); educazione al giudizio critico e alla capacità di affrontare razionalmente i problemi; educazione alle relazioni interpersonali per garantire un ambiente sereno, tollerante e privo di pregiudizi; promozione dell’interesse sia di gruppo che individuale; educazione alla salute; educazione al rispetto per l’ambiente; educazione alla democrazia; educazione alla responsabilità e al rispetto; attenzione alla personalità dello studente per comprenderne i bisogni e le potenzialità; rispetto per i tempi di crescita e maturazione dello studente; adeguazione del lavoro didattico ai mutamenti socio-culturali in atto.
…e il fare…
La realtà scolastica purtroppo è ben diversa. La percentuale di ragazzi effettivamente in grado di padroneggiare un testo in latino o in greco è miseramente bassa, come dimostrano le continue lamentele dei professori e i sempre più frequenti articoli sulla preoccupante cultura giovanile. Inoltre, se non si conosce la lingua, non si può comprendere a fondo il pensiero degli autori e quindi diventa impossibile riscoprire davvero le proprie radici. Senza dubbio, una parte di colpa spetta a noi studenti pigri, apatici, amanti dei divertimenti frenetici. Tuttavia mi chiedo: puoi richiedere un’assoluta responsabilità ad uno studente del ginnasio (i due anni in cui si studia la grammatica latina e greca) a prescindere dal fatto che il professore sia in grado di insegnare o no? Se fossimo tutti così in gamba a 15 anni, che andremmo a scuola a fare? La scuola non deve forse insegnare anche a diventare responsabili e organizzati? E se deve insegnarlo, non significa forse che nessuno nasce responsabile e organizzato?
Come si può pretendere che un quindicenne si metta coscienziosamente a studiare verbi e declinazioni di due lingue morte (“morte” almeno finché non si passa alla letteratura!) qualora manchi un insegnante in grado di assumere questo ruolo? Oltretutto tra i 14 e i 17 anni, indicativamente, i ragazzi tendono a perdersi nella cosiddetta “crisi adolescenziale”. Vorrei sapere quale ragazzo bombardato dagli ormoni, con il corpo in improvviso e perenne cambiamento e l’umore così altalenante da sembrare schizofrenico, sia in grado di ripetere ogni giorno diligentemente la terza declinazione in greco. Ma secondo la scuola, un quindicenne che improvvisamente si accorge di essere al mondo (e senza nemmeno sapere perchè!) si preoccupa delle particolarità dell’aoristo?! Che cosa centra l’aoristo con la sua vita, con la sua esistenza? Eppure, se avesse la fortuna di avere un insegnante davvero competente, quest’ultimo potrebbe spiegargli che imparare la grammatica greca e latina è necessario per avere libero accesso a tutti quegli antichi filosofi che, proprio come lui, si sono interrogati sulla loro esistenza, sulla vita e sulla morte, sull’odio, l’amore, l’amicizia e la poesia. Ecco che un motivo per studiare due lingue “morte”, anche e soprattutto in piena crisi adolescenziale, c’è.
Tralasciando un esempio specifico del liceo classico, ma che si potrebbe trasporre anche agli altri indirizzi, e parlando più globalmente della scuola, altri due problemi rilevati negli studenti (ancora liceali o già universitari) sono la mancanza di un approccio critico e l’incapacità di argomentare. A scuola i giovani non hanno modo di apprendere un argomento, o un tema, abbastanza a fondo da essere poi in grado di muovere anche delle critiche a riguardo, per comprenderlo ancora di più. Soprattutto, salvo rare eccezioni, non vengono nemmeno fornite le occasioni per promuovere l’approccio critico. Le domande, i dubbi, le riflessioni sono spesso scoraggiate, accolte in modo impacciato o con un “limitati a fare quello che ti è richiesto”. Lìmitati. Mi devo limitare?!
E nemmeno ad argomentare sono educati oggi i giovani. Molto spesso in interrogazione bisogna limitarsi (di nuovo) a ripetere le parole esatte del professore, sapendo che se ripeterai quelle paroline magiche allora avrai un bel voto, o quantomeno la sufficienza. Ma ripetere non è capire, memorizzare non significa comprendere. E per quale motivo il professore raccomanda, magari strillando, che lo studente non deve imparare a memoria, ma deve dimostrare di aver capito, quando invece il voto più alto lo riceve chi recita la lezione ad una velocità che concede soltanto la memoria, priva di comprensione? Non è forse una forma di ipocrisia?
Un’occasione in genere diffusa per argomentare è senza dubbio il tema argomentativo. Ora vorrei chiedere, dopo cinque anni di liceo classico, che cos’è il tema argomentativo? Come si scrive? In che cosa differenzia da un articolo di giornale e da un saggio breve? Giuro che non l’ho ancora capito. Ogni anno la mia classe si è ritrovata a chiedere spiegazioni al professore di lettere di turno (ne abbiamo cambiati quattro in cinque anni, tanto per dire, e al liceo classico la materia di lettere dovrebbe essere una delle più importanti). Ogni anno la mia classe ha ricevuto una spiegazione diversa e spesso inconcludente. Oggi personalmente non ho ancora chiara la differenza tra le tre tipologie e mi chiedo come mai per quattro anni i miei temi siano stati comunque valutati egregiamente (anche da professori competenti), mentre all’ultimo fossero poco più che sufficienti. Ho scritto come sempre, ma dal momento che ogni professore ha una sua idea di “argomentazione” (l’avevano diversa anche i primi tre professori, nonostante ricevessi una valutazione alta), mi sono ritrovata ad uscire dal liceo classico senza saper affrontare consapevolmente nessuna delle tre tipologie e senza poter dare il massimo nella prima prova all’esame di maturità, dal momento che il tema era il mio punto forte. Ritrovarsi a dire “l’importante è che sia uscita da quella scuola, che importa con quale valutazione” è veramente deprimente. Il voto è solo un numero, è vero, tuttavia pensarlo continuamente significa che non c’è nessuno in grado di valutare il tuo impegno e ciò che effettivamente hai appreso. E un minimo di soddisfazione è importante per uno studente affinché non si scoraggi: quanti hanno gettato la spugna per questo motivo? Tanti. Troppi. E non posso non capirli.
Per quanto riguarda invece l’educazione alle relazioni interpersonali per garantire un ambiente sereno, tollerante e privo di pregiudizi, la situazione non è migliore. La scuola non è più in grado di insegnare la disciplina, per esempio. Le lamentele di ritardi e assenze troppo frequenti, di episodi di mancanza di rispetto nei confronti di professori e altri studenti, di comportamenti eccessivamente libertini (come ad esempio indossare cappello e occhiali da sole durante le lezioni, oppure minigonne e magliettine scollatissime) sono sempre maggiori, ma di nuovo tra le parole e i fatti c’è un abisso: non viene fatto nulla di concreto per impedirlo, per educare gli studenti al rispetto e alla disciplina. Nella mia esperienza scolastica ho assistito a continue lamentele, in classe o durante i consigli, per quanto riguarda i ritardi giornalieri da parte di un gruppo preciso di studenti, i quali spesso abitavano anche vicino alla scuola. Il risultato, dopo tante lamentele, è stato che sul pagellino delle suddette persone non erano segnati nè assenze, nè ritardi e tutti in classe avevamo in linea di massima lo stesso voto in condotta. Perchè devo alzarmi alle 6.30 ogni mattina (abito fuori città) per arrivare puntuale alle 8.00 se nulla mi viene riconosciuto? Non ne vedo il motivo. Dopotutto, così facendo mi stanco e all’interrogazione prenderò un voto più basso rispetto a chi ha dormito fino a tardi: al puntuale si abbassa il voto, al ritardatario non si fa scontare nulla, anzi si loda la sua fresca e riposata performance. E qualcuno osa chiedermi perchè me la prendo.
L’educazione alle relazioni interpersonali dovrebbe inoltre garantire un ambiente sereno e tollerante, privo di pregiudizi. Eppure sono molti i docenti che valutano in base alle personali preferenze, per simpatia, perdonando tutto a certi allievi e niente ad altri. Non tutti i professori, ovvio, però molti sì. Mi è capitato di fare parte sia dei mal pregiudicati che dei favoriti e se nel primo caso ero frustrata, nel secondo ero imbarazzata e a disagio nei confronti degli altri compagni. Non può esserci un clima sereno in classe se ci sono favoritismi.
Posso immaginare che dovendo lavorare con una classe di anche trenta studenti, il professore trovi più facile valutare con una sorta di abitudine: a Tizio diamo sempre un bel voto, a Caio diamo sempre quella misera sufficienza e a Sempronio invece un bel quattro, anche se ha studiato! Forse basterebbero davvero classi meno numerose per permettere a studenti e professori di conoscersi meglio, in modo da superare pregiudizi, incomprensioni e prime impressioni sbagliate.
Lo studente universitario può liberamente scegliere di dare gli esami da non frequentante, ma soltanto se al liceo ha avuto un percorso di studio effettivamente in grado di dargli le basi necessarie per affrontare da solo i passi successivi. Per questo motivo il liceale non può essere privato dell’insegnante. Deve essere educato.
Altra grande bugia scolastica è la promozione dell’interesse negli studenti. Sicuramente tutte le classi, durante i consigli, saranno state criticate perchè generalmente prive di interesse, perchè apatiche (e se non tutte le classi, di sicuro la maggior parte degli studenti). Com’è tuttavia possibile che uno studente si interessi a qualche argomento al giorno d’oggi? Il lavoro dell’insegnante oggi è molto svalutato, considerato di ripiego e, oltre a chi lo fa per scelta, molti si trovano dietro ad una cattedra perché non hanno trovato appunto impieghi migliori. L’insegnamento è l’unico sbocco professionale comune a tutti i corsi di laurea eppure dovrebbe essere più (razionalmente) selettivo. Oggi tutti possono diventare insegnanti, pochi lo desiderano effettivamente e quasi nessuno è in grado di esserlo davvero (ripeto: quasi nessuno). Parlando di chi fa l’insegnante per ripiego, è naturale che queste persone non siano particolarmente motivate ad insegnare ad una classe di trenta insolenti e brufolosi adolescenti. Chi siamo noi per loro? Alieni forse, come i figli con i padri, separati da generazioni troppo diverse. È comprensibile, ma anche terribilmente dannoso. Senza motivazione dietro l’atto di insegnare non c’è possibilità di trasmettere interesse. Senza interesse non c’è uno studio che porta alla comprensione. Senza comprensione si ottengono al massimo dei diplomati-macchinette. “Io non penso, signore e signori: io funziono! E dal momento che non penso, non mi pongo nemmeno il problema di quanto ciò sia un danno”.
Nessuno ha mai fatto caso che l’uomo che funziona si rompe molto più facilmente rispetto all’uomo che pensa? Imparando solo a funzionare, usciamo dal liceo deboli, incapaci di uscire dai due binari su cui ci ha posto la scuola. Ma la vita non è una rotaia eterna, immobile, sempre dritta e immutata. La vita è fatta di continui cambi di direzione, di sbandamenti, di pause, di ostacoli, di cambi di velocità. Una volta incappati in un bivio, lo studente pensante opterà una scelta e proseguirà, mentre lo studente funzionante andrà in tilt e, non potendo prendere entrambe le strade, crollerà con uno schianto.
Una generazione di deboli. Un futuro debole.
…non c’è nessun educare…
Come abbiamo visto, tra il dire e il fare c’è in mezzo il mare, ma questo mare non contempla l’educazione dei giovani. Educare significa “tirare fuori”, ma per far affiorare tutto ciò che è indispensabile per affrontare la vita (noi stessi e ciò che ci circonda) è necessaria la scuola: è questo il suo compito. Si dice sempre che non si nasce imparati, no? Ebbene, dal momento che io, giovane, non sono in grado di affrontare la vita senza una guida, con umiltà rivendico i miei diritti di poter affidare la mia educazione all’istituzione scolastica e di poter credere in essa.
Ora, alla soglia dei vent’anni, mi accorgo consapevolmente di quanti problemi da affrontare ci siano (questo dell’educazione, per esempio!) e che se riesco in qualche modo ad affrontarli o quanto meno ad accorgermi di essi è solo grazie all’educazione ricevuta dalla mia famiglia, non dalla scuola. Mi accorgo, inoltre, di quanto sia interessante il mondo in cui vivo, di quanto sia curiosa la mia semplice esistenza, il mio esserci qui e ora. Ma perché, nei cinque anni scorsi di liceo, quando mi disperavo perché non c’era alcun senso in nulla, nessuno a scuola si è fermato a dirmi: “Ecco, in questo modo potrai vedere e scoprire delle cose strane, ma indubbiamente affascinanti! E, guarda un po’, tra quelle ci sei anche tu. Perché ogni cosa che ti circonda ti riguarda”?
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Sono perfettamente d'accordo con la tua precisazione. In effetti temo di aver fatto l'errore di prendere in considerazione solo me stessa come studentessa e di essermi poi moltiplicata per mille, fino a creare una massa studentesca che però si riduce ad una massa di (miei) cloni.
Personalmente so di non essere stata una delle studentesse più attive e intraprendenti, anzi ho avuto più di una volta un atteggiamento apparentemente passivo, ma non tanto dovuto all'apatia o al disinteresse, quanto alla timidezza e ad un troppo facile abbattimento morale di fronte ad una realtà scolastica che mi trasmetteva tutto fuorchè un senso di stabilità alla base. Io cercavo disperatamente le occasioni che accendessero il mio interesse, ma non avevo il coraggio di richiederle, di pretenderle o di crearle.
Ho commesso l'errore di pensare che anche l'apatia degli altri ragazzi potesse essere solo apparente e nascere dalle stesse cause. Ma non siamo tutti uguali, ho sbagliato a generalizzare.
A questo punto sorge però un problema. Per dare a tutti lo stesso diritto all'istruzione, se ne abbassa la qualità, perchè i docenti (e tutta la classe) devono tener conto anche dei ragazzi a cui non interessa apprendere. Fino a che punto è giusto penalizzare chi è motivato, per dare dare a tutti gli stessi diritti?
Sia chiaro, non sto dicendo di cacciare dalle scuole i ragazzi non motivati! Che nessuno fraintenda! Ma come si può evitare che quelli più motivati non ne paghino le conseguenze?
Sono pessimista rispetto al P.O.F., a riforme sbandierate e mai attuate (vedi alla voce Moratti) a certificazioni di qualità ISO ed a un complesso di interventi che celano, dietro ad un'effimera apparenza cristallina, ad uso dei committenti (le famiglie), un caos di carte e scartoffie aventi la funzione di travestire l’assoluta assenza di profili educativi e didattici decenti, oltre all'incapacità di creare una continuità didattica ormai frammentata a livelli grotteschi e all'impossibilità di stabilire criteri di giudizio condivisi. Se allarghi un attimo lo sguardo oltre la scuola vedrai che questa è una caratteristica della contemporaneità. Ad esempio da quando la privacy è tutelata sulla carta con leggi, pronunciamenti, atti, moduli e liberatorie (ad esempio una liberatoria è necessaria per la foto di classe....), ebbene da quando tutto questo si è messo in moto, mai il diritto alla riservatezza è stato tanto violato ed oltraggiato in ogni modo possibile. Il meccanismo di dichiarare in sede ufficiale intenti, regolamenti, leggi e prese di posizione etiche e filosofiche per poi sviluppare nei fatti atteggiamenti esattamente contrari è purtroppo una condizione surreale dell’epoca in cui viviamo. La politica e l’economia si giocano ormai solo su questo piano. La scuola non fa eccezione.
Condivido i tuoi affondi critici, con una precisazione. L'ambiente educativo, lo spazio in cui si sviluppa una relazione fra docente e studenti è inevitabilmente frutto di un incontro fra due attori. In tutte le carenze che hai messo a fuoco gli studenti appaiono come una massa omogenea, una creta passiva che attende solo di essere opportunamente o inopportunamente modellata. Invece trovo che il ruolo degli studenti sia di gran lunga più determinante e decisivo. Tutti i ragazzi hanno l'aspettativa di essere educati e non imbottiti di nozioni? Tutti disprezzano i favoritismi? Tutti non attendono altro che un'occasione per accendere il loro interesse di fronte ad un docente? Detta altrimenti e se vuoi in modo schematico: i ragazzi posti di fronte ad un'occasione d'apprendimento si comportano allo stesso modo oppure hanno comportamenti diversificati? La fame di imparare è sempre uguale da individuo a individuo?