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L’insegnante: un mestiere di seconda
di Federico Andalò
3° C, Liceo Scientifico A. B. Sabin, Bologna
Il Bel Paese. Io potrei vantarmi con tutto il mondo di essere nato in questo posto che non può certo mettere tra le sue belle cose la scuola. Essa dovrebbe essere, oltre che un punto di arricchimento culturale, anche un posto dove poter esporre le proprie idee. Cosa che in Italia non si verifica.
Non si verifica perché i giovani la vedono come un ostacolo da valicare e non come una scala da salire, gradino per gradino, fino alla maggiore età. Questa decadente scuola meriterebbe di sicuro una rivoluzione. Non però una rivoluzione come verrebbe (comunemente) da pensare (vedi ’68), bensì una rivoluzione di ideali. Una rivoluzione che non guardi al passato, perché non si potrà mai cambiare qualcosa guardandosi alle spalle. Per cambiare le cose bisogna guardarsi intorno e capire cosa c’è che non va.
Quello che non funziona nella scuola italiana è che gli insegnanti che dovrebbero formare le future generazioni hanno nella maggior parte dei casi un troppo ampio divario di vedute con gli alunni e con il proprio mestiere. Questo divario è dovuto sicuramente (almeno in parte) al fatto che in questo secolo sono cambiate più cose che nei precedenti. Questo a livello soprattutto di scuola, di tecnologia, di mentalità e di società. Questi cambiamenti hanno purtroppo portato al fatto che gli insegnanti vedono il proprio lavoro come un’alternativa a ciò che avrebbero voluto fare nella vita. Voglio dire che ormai il mestiere dell’insegnante è visto come un lavoro di seconda categoria.
Per fare alcuni esempi: quanti prof di disegno sono degli architetti falliti o con impossibilità di farlo? Stessa cosa per gli ingegneri che, tagliati fuori alla prova di lavoro, ripiegano sull’insegnamento della matematica; o degli scienziati che, non avendo mezzi per la loro ricerca, diventano prof per portare a casa il pane. Si potrebbe citare anche i linguisti o gli interpreti di inglese e francese, ma ormai credo di aver reso l’idea.
L’insegnante dovrebbe per primo vedere con orgoglio il proprio lavoro. Per fortuna c’è ancora qualcuno che fa l’insegnante per passione e, a parere mio, la nostra “rivoluzione ideologica” dovrebbe partire proprio da loro: i formatori del nostro domani.
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