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Un discreto parere sulla realtà scolastica
di Kevin Ponzuoli
Scienze dell’organizzazione (Scienze politiche), Università di Bologna
Ecco che mi appresto a scrivere la mia personale considerazione della realtà scolastica: una realtà della quale sono veramente divenuto conscio solo negli anni delle scuole superiori, 6 lunghi anni nei quali le mie idee sono fermentate, si sono evolute e sono cambiate come del resto io stesso.
Ora da universitario quale sono, esortato a scrivere da un amico, cercherò, dopo una breve ricostruzione della mia storia scolastica, di spiegare il mio punto di visto su questa controversa istituzione.
La mia storia di scuola superiore è cominciata in un liceo scientifico di quelli che comunemente vengono considerati “tra i migliori”, certo non atti a formare la dirigenza, ma comunque ben visti dalla brava gente bolognese: il Liceo Scientifico E. Fermi. Tralasciando i pareri soggettivi su tale scuola, sui professori, sulla qualità delle attività extra-scolastiche, posso senza alcun dubbio dire che i primi tre anni passati in questo palazzone molto simile ad un carcere, da quando sono entrato alla mia quasi seconda bocciatura, sono stati senz’altro una vera costrizione. Lo studio faticoso, i “cucci e spintoni” per finire il secondo anno, la frustrazione e amarezza a seguito della bocciatura, possono essere paragonate alla passeggiata su strada (sterrata) in salita di un paraplegico in carrozzina (non motorizzata); in altre parole una vera tortura. L’esperienza era percepita da me, che amavo fare tutto tranne che studiare, come un percorso obbligatorio per ottenere il fatidico “pezzo di carta”: il foglio che ti eleva allo status di diplomato ad un liceo scientifico di prima categoria.
Quasi bocciato per la seconda volta, dopo infinite discussioni e ricerche sul perché non mi applicavo, mi sono trasferito alla terza classe di un altro liceo, la versione Scientifico-Sperimentale dell’istituto Majorana. Non solo ero in terza classe, ma era anche la terza classe di persone che cambiavo, quindi di esperienze disparate sulla scuola ne avevo raccolte a sufficienza per cominciare ad elaborare una personale concezione. Qualcosa cambiò appunto in quel primo anno al Majorana, lo studio mi stava diventando meno avverso e anche i miei voti, senza soffermarsi sulle leggende che nelle scuole che non siano “il Fermi” non si fa nulla, acquisivano all’avanzare delle pagelle la conformazione dell’impegno che ci mettevo (7 ~ 7,5). Il cambiamento subito non si basava solo sul voler dimostrare di non essere un incapace, ma anche sul fatto che cominciavo a pormi delle domande, domande in me sempre esistite a livello inconscio e non ancora affiorate.
Cosa devo apprendere da una scuola che non insegna nessun mestiere, ma una moltitudine di materie, dalla più indigesta alla più irritante? Cosa posso ottenere da un’esperienza che ha occupato ed occuperà ¾ delle mie giornate per anni? Il mio pensiero ha preso forma completa solo a conclusione della quinta (2007), dopo l’esame di stato, quando ho constatato che tutto quello che avevo imparato, nonostante i numerosi attentati di professori che odiano fare il proprio lavoro, era il saper studiare; a primo impatto verrebbe da esclamare “CHE CULO”! Certo il liceo mi ha fornito anche una cultura generale puramente teorica e mi ha insegnato a parlare per ore di cose che assolutamente non conosco, ma non è questo il nocciolo.
Il saper studiare è per me poter scegliere cosa volere del proprio futuro, non il semplice memorizzare ciò che è scritto su un libro ma è il paradosso “imparare ad imparare”. Questo insegnamento è forse qualcosa che non avrei potuto acquisire da solo, io convinto autodidatta, senza la scuola. Per questo motivo rileggendo i 6 anni passati sui banchi in chiave post-maturità posso affermare che, sì, copiare e fare bigliettini è inutile, ma è oltremodo peggio prendere per vero tutto ciò che viene insegnato, farsi piacere obbligatoriamente ogni materia ed infine avere come unico obbiettivo il diploma. Il diploma è carta (io nemmeno l’ho ritirato), quello che va inseguito invece è il continuo miglioramento di sé ed il confronto con prove sempre più difficili; va preso solo ciò che ci serve per imparare ad ottenere una nostra visione consapevole delle cose. Se avessi ottenuto questa concezione già dalla seconda superiore molto probabilmente avrei potuto smettere di frequentare; la capacità di vedere ciò che abbiamo attorno in tutte le sue sfaccettature va ben oltre il consono quotidiano che ogni giorno ci imponiamo, sia esso studio o lavoro. È una maturità atta non a far percepire il mondo in maniera positiva, negativa o utilitaristica, ma una solida base per il lunghissimo (si spera) percorso che si staglia davanti. Per questo che alla luce delle considerazioni appena fatte mi sento di poter dare un consiglio: non fare mai qualcosa solo per obbligo, ognuno deve saper cogliere nella scuola (vita), imperfetta, sempre uguale, composta anche di persone odiose, ciò che potrà utilizzare al fine di ottenere un proprio “bene” generatore di piacere puramente fine a sé stesso.
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