La scuola consente di pensare?

Vorrei iniziare questa discussione sulla possibilità di pensare dei professori e degli studenti a scuola, in generale. Me lo sto chiedendo sempre più: ma questo qui pensa?, e come e cosa? E poi vorrei saperlo, ma mi accorgo che "non c'è contatto", non c'è una sintonia d'onda per interagire.
Sarà che molti prof lavorano come impiegati e sono umanamente ignoranti, e noi non siamo un granché acuti e interessati a qualsivoglia argomento che non sia la libertà di fumarsi le canne (per i maschi) e di vestirci con il top (per le femmine), ma non credo che si possa dare una colpa particolare ad una categoria.
Mi sembra piuttosto che la scuola non sia il luogo adatto, perché la riflessione richiede tempo (e invece c'è il programma a scadenza), richiede confronto comparato (e invece non si deve uscire dal tema della lezione), c'è bisogno di severità (e invece i prof non possono più tirare le sberle ai casinari per cacciarli fuori), eccetera... di conseguenza quest'ambiente condiziona in senso inverso, cioè a non-pensare, ad accumulare info e dati.
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Purtroppo risulta ormai come una triste evidenza il fatto che molti studenti universitari non sappiano scrivere decentemente, leggere con costrutto qualsiasi contenuto, sapendolo poi riportare nelle linee essenziali, od usar con correttezza i rudimenti della matematica e della geometria. Lasciamo perdere le lingue straniere destinate ad un circolo esoterico di pochi eletti.
E' opportuno riflettere su questo e tornare ad info/dati&programmi, come li chiami tu con umiltà. Studenti ed insegnanti insieme a fare grammatica e matematica sul serio e a pedalare su teoremi, fisica, epica, storia dell’arte e proiezioni ortogonali.
Magari la questione potrebbe essere: si può insegnare italiano, grammatica, epica, e matematica accendendo la passione e stimolando il pensiero?
Non contrapponiamo cose che fra loro non sono contrapposte e non diamo per scontato che le nozioni di base siano comunque assimilate e disponibili. Le cose non stanno affatto così.
Sì io mi ritrovo d'accordo con entrambi: sicuramente il problema è sia dalla parte degli studenti che dalla parte dei professori.
Trovo che gli studenti siano sempre più svogliati e non si lascino più interessare dalle questioni importanti, che etichettano subito come "cose troppo noiose e inutili" cui pensare.. Una cosa che mi ha fatto venire in mente questo nuovo (e a mio avviso drammatico) problema di noi giovani è che in quinta (parlo soprattutto dei licei, nei quali alla fine del percorso dei 5 anni è necessario scegliere un proseguimento al corso di studi nei quali approfondire una materia o più che ci hanno particolarmente colpito) la maggior parte non sa cosa scegliere all'università.. e non è solo indecisione! I ragazzi non sanno cosa gli piace approfondire, non sanno cosa vogliono fare della loro vita e non si pongono minimamente il problema di quanto capire ciò sia importante per l'individuo. E di fronte a degli alunni così credo sia difficile per insegnanti anche ben disposti (esclusi ovviamente quelli che non sono portati per l'insegnamento, e ce ne sono) far appassionare noi studenti.
Quindi prima ancora di chiederci se la scuola insegna a pensare io credo sia giusto chiedersi come ridimensionare questi ragazzi privi di interessi e scopi, nella maggior parte dei casi.. Infatti quando raramente capita che nella mia classe ci si lasci prendere da un autore, i pensieri inevitabilmente scattano, e sorgono anche delle belle domande.. Ma questo è raro.. molto difficile.
... allora siamo davvero fritti! Dove, in quale altro posto un giovane può imparare? Tranne rarissimi fortunati casi, è davvero difficile credere che ne abbia la possibilità. Certo la tendenza attuale è ben altra; sembra che nessuno accetti più il confronto, la discussione. Io per prima faccio fatica a coinvolgere i miei studenti, che spesso preferiscono la tranquilla apatica routine del meccanismo lezione - interrogazione - voto. Come avete detto, il problema sta sia dalla parte degli studenti che dalla parte dei docenti, e senza collaborazione dubito che se ne possa uscire... I giovani che ne pensano? Proposte?
E' sicuro che molti studenti sono menefreghisti, oppure si inalberano solo quando si dice che "le canne fanno male" (ma è vero, sono fatti duri!?!?!?!), oppure si mettono a ridere quando sentono pronunciare congnomi strambi di autori pittori ecc. Però un conto sono gli stupidi, quelli che ridacchiano in continuazione per ogni cosa, o gli screanzati che fanno casino e sfottono in ogni momento... un altro conto sono gli studenti sfatti dalla noia e dalla freddezza delle lezioni. Non credete che sia facile "resistere" fino all'ultima ora, dopo 4 ore di blablabla in cui "non bisogna andare fuori tema" o "non bisogna dire cose che non servono" (per l'esame); e magari all'ultima ora c'è proprio un ottimo prof! Magari ti scappa pure la domanda, ma sei così rotto che ascolti facendo fatica, e poi arriviamo ad essere tutti stressati. Ci sarebbero dei modi addirittura da asilo nido, secondo me, per rendere le lezioni meno pesanti, a cominciare dal farle in giardino quando c'è il sole. Una volta sola sono riuscito ad obbligare la mia prof di storia, oh, vi giuro che tutti stavamo ad ascoltare seduti per terra. Vorrà dir qualcosa? "Eh, ma non posso scrivere alla lavagna!" Allora arrangiati e rimani frustrata.
Forse una proposta che possa ridimensionare questo stato, potrebbe essere quella di innanzi tutto dividere le classi dalla 3° in poi: una 4° di pirla e una 4° di intelligenti. Ma sarebbe tacciata di "razzismo" o che so io. Ma se si mischia tutto si tende per forza a ridurre la qualità per fare arrivare la cultura a tutti, e questo ammorba le persone un minimo sveglie o sensibili. Questo per quanto riguarda gli studenti in particolare. Per quanto riguarda l'insegnamento, a me sembra che proprio la scuola non sia improntata su un progetto formativo preciso; ci dicono solo: "preparazione al mondo del lavoro". Ma come? In che senso? Allora è addestramento!? Allora a che serve tutto, tranne matematica e disegno tecnico? Secondo una prospettiva del genere, per me è vero che il resto non serva a niente: l'arte, la storia, la letteratura, la musica (per chi la fa), la fisica, la ginnastica, tutto questo ci "insegna a lavorare"? No! Ma così si butta via, e infatti viene buttato via (lo si dimentica). Secondo me è per questo che alla fine molti studenti non sanno che scegliere, e sono così vaghi: perché alla domanda "con quale scopo scegli x facoltà, piuttosto che y?", rispondo "per lavoro", o al max "perché mi piace". Allora, forse non bisognerebbe instillare dei valori in un certo senso autonomi dal lavoro in sé nell'insegnamento scolastico? Solo così, credo ci possa essere uno scambio di battute e uno stabilirsi empatico tra prof e studenti.
PS: io sono per il ritorno ai sani ceffoni contro gli scemi :)
Certo, certo, dai un ceffone ad un ragazzo e ti ritrovi una denuncia dei genitori, se va bene, e del tuo dirigente se gira storta. La visita di un ispettore del Ministero poi non te la toglie proprio nessuno. Scusa ma nella classe degli scemi cosa insegneresti? L'ABC e le tabelline? Forse è bene insegnare L'ABC e le tabelline anche in quella dei filosofi.... Vista le percentuale di analfabeti che popola lo stivale mi sa che c'è poco da far grandi differenze. Teniamoli pure insieme!
Sappi infine che non si lavora solo utilizzando matematica e disegno tecnico. Capita di lavorare anche studiando arte e musica o ginnastica. Se hai un decalogo di soluzioni da asilo nido che vuoi condividere ben vengano: sarò lieto di accoglierle. La lezione all'aperto l'ho fatta giovedì scorso. Un saluto.
Se vuoi sapere il mio parere, che non credo sia assoluto, è che sono un bel po' stufo di vedere gli insegnanti che non possono fare niente contro i menefreghisti arroganti, e che non hanno più voglia di insegnare perché di questi ce ne sono troppi. E pure di sentire ridere gli altri in ultima fila quando si guarda un documentario sulla malattia mentale perché un pazzo ciancia cose incapibili, o perché una vecchia signora ricorda le stragi con una faccia stravola da chi è stato svegliato con la dinamite mentre testimonia l'eccidio di Montesole. Ecco, di questi sono stufo, e sono tutti i più normali, i più buoni, quelli che "studiano tanto": le femminucce cincischianti e i maschietti che sanno parlare solo di calcio e gel sui capelli.
E non intendevo certo dire che bisogna ritornare alle caste medievali dei laboratores, bellatores, oratores, e fare di questi i nuovi servi della gleba. Spero che non ti sia fatto un'idea del genere... è solo che mi chiedo: "ma questi, se non gliene frega niente, ma proprio niente, perché obbligarli?" Tutto qua.
E nell'ipotesi di classi divise, non ho pensato che a coloro che sono curiosi non vengano insegnati i mezzi giusti, come la grammatica, il disegno tecnico o la matematica, e ai non-curiosi venga insegnato l'uncinetto o lo sturaggio delle tubature, con disegno tecnico e compagnia bella come contorno; di conseguenza non ho fatto nemmeno una classifica di materie inferiori e materie superiori a cui predestinare i prescelti o i dannati. Credevo che questo fosse scontato, ma evidentemente dovevo dirlo.
E poi per i ceffoni: un conto è dare una sberla a quello più "lento" o più disturbato (ed è ingiusto perché di certo non lo sveltisci o non lo rassicuri, ma gli fai solo del male), un conto è una sberla al casinaro; e un conto è credere che dare una sberla al casinaro sia l'equivalente di dargli un pugno in bocca e che rimanga traumatizzato a vita, e quindi, per "correttezza pedagogica", non si concepisce nemmeno - anzi si ha paura di invalidare il poverello! - di dargliela mai; poi lo so che non si può fare... pensa te, la conosci anche tu quella storia di quel prof di ginnastica che ha ritirato il cellulare a un ragazzo ed è stato menato fuori dalla scuola... dai suoi genitori?!?!?!? Ti sembra normale???? Dov'è la vostra autorità??? e pensare che sti qua reclamavano chissà quali "diritti"...
Questo lo dico perché io, a 15-17 anni, non dico che ero un teppistello ma ero veramente un rompiscatole e provocatore, e due ceffoni mi avrebbero fatto sicuramente bene in anticipo. Non li ho presi manco dai miei genitori... mi dicevano che ero "grande" (?), che dovevo imparare a diventare autonomo (????), ti sembra normale? Come mai potrà fare un 15enne/16enne esagitato a educarsi al rispetto, se l'autorità non ha un minimo di autorevolezza?
Non volevo urtarti e spero di non averlo fatto neppure ora.
Art. 357. (Nozione del pubblico ufficiale). Agli effetti della legge penale, sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giurisdizionale o amministrativa. Agli stessi effetti è pubblica la funzione amministrativa disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi, e caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della pubblica amministrazione e dal suo svolgersi per mezzo di poteri autoritativi e certificativi.
Per Atoshi: voi insegnanti siete pubblici ufficiali, e menarvi o sputarvi e palparvi e interrompere le lezioni facendo il macello, come fanno i cretini, significa compiere un reato (oltraggio a pubblico ufficiale ed interruzione di pubblico servizio); ma evidentemente manca qualcosa nella mentaltà generale (in cui siamo tutti immersi) che possa farvi rispettare ed essere presi in seria considerazione come categoria. Altrimenti verreste rispettati eccome!
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Al di là dei singoli studenti o dei singoli prof, che hanno le loro particolari responsabilità, e per ritornare al tema, secondo me nella scuola manca il coraggio di esporsi. Certo, non un esporsi stupido: il coraggio di esporre il proprio pensiero critico o di accoglierne uno per criticarlo adeguatamente.
Non è una colpa della categoria in sé: il fatto, che mi sembra evidente, è che la categoria degli insegnanti, dal compito dato dallo Stato di amministratori dell'educazione e dell'istruzione degli studenti, siano diventati degli impiegati, e noi dei clienti e non più dei fruitori di un diritto concesso. E questo perché è la mentalità che lo impone, o lo induce!
Di conseguenza, il diritto alla cultura non è più tale: la cultura insegnata nelle scuole ora è apprendimento di dati, storiografia, applicazione... di conseguenza gli studenti vengono allenati, non educati e né istruiti. E' importante anche l'allenamento, ma così gli insegnanti che segno lasciano sugli studenti? Nessuno: nemmeno io mi preoccupo tanto della faccia dell'impiegato delle poste, me la scordo subito! E se l'impiegato delle poste mi deve pure "allenare" è chiaro che mi alieno e non mi alleno!
Per lasciare un segno l'insegnante dovrebbe avere la possibilità di essere più autonomo, secondo me, soprattutto nell'educazione di princìpi. Quali sono? Quali possono essere? Ci sono già? Se ci sono in che modo possono essere insegnati nuovamente?
Di fatto gli insegnanti hanno perso il loro ruolo di autorità, quel poco che hanno dipende da singole personalità che se la sono conquistata sul campo. Milo pensaci un attimo, quale potere ha un insegnante, visto che spesso se tenta di farsi rispettare è ostacolato addirittura dal suo Dirigente (basta che la famiglia della "vittima" vada a lamentarsi un po'). Strumenti quali note o voti di condotta fanno ridere. Ti assicuro che alla fine resta solo l'autorevolezza di una singola persona (rara!), non certo quella di un ruolo sociale. Riguardo agli schiaffi: io ho studenti grandicelli e ogni tanto rischio dando qualche coppino, ma ha perfettamente ragione il mio collega Atoshi: per un nonnulla ti ritrovi una denuncia, figuriamoci... Spesso gli insegnanti sono solo ingranaggi in un meccanismo burocratico e fondato su caste di potere (meschino), la loro autonomia è ridotta al lumicino. Restano solo le risorse interiori, la motivazione, i riferimenti personali cui attinge un singolo prof; secondo me oggi è questo che fa la differenza.
Ciao Milo, anche io come te, sono sempre più del parere che la scuola debba tornare fuori dalle quattro mura dell'edificio, liberarsi dagli standard, iniziare a capire le leggi e non solo a lasciarsi imbrigliare, guardare alle persone, scoprire e rispettare le identità, consentire agli insegnanti (e consentirsi, perché tanti insegnanti hanno paura di questa responsabilità e non la vogliono...) di diventare dei punti di riferimento importanti nella crescita degli studenti...
Su questo concordo con te.
Pienamente d’accordo anche nel ritenere che l’insegnante non dovrebbe più essere l’oratore onnipotente di una volta ma guidare gli alunni senza renderli soggetti passivi della formazione, individui e collettività capaci di intervenire attivamente alla costruzione del sapere.
Ma…c’è un ma….
Quello che noto è che l’adolescenza si è notevolmente allungata. Un uomo di trenta anni e oltre oggi viene definito comunemente “un ragazzo”. Tuttavia, per quanto lunga sia diventata, prima o poi, finisce...
Non mi sembra opportuno ripetere i luoghi comuni sulla complessità e la contraddittorietà di questo periodo, specialmente in relazione con l’evoluzione più recente dei rapporti all'interno della famiglia.
Mi limito però a sottolineare che a tutte le problematiche dell’adolescenza in questi ultimi anni si sono andate aggiungendo alcune caratteristiche (senza demonizzare)che sembrano accrescere la sostanziale differenza che separa l'adolescente dall'adulto. Intendo riferirmi a tutto il variegato mondo delle tecnologie, dalla TV allo stereo, dal telefonino al computer, dalla play-station alla realtà virtuale.
Il nostro giovane, oggi ancora più ricco di competenze tecnologiche per “far fiorire” e scoprire i significati dei contenuti che dovrebbe fornire la scuola,i valori e i principi di cui tu parli, deve imparare a fare qualcosa che gli è sempre meno naturale: stare da solo, concentrarsi in silenzio, per poter dialogare – attraverso la conoscenza delle parole e del modo in cui esse sono organizzate – con degli argomenti.
Bisogna riconoscere che si tratta di un’impresa non facile: portare l'adolescente dal mondo delle immagini, dei suoni, della comprensione generale degli oggetti della conoscenza, dell'interazione con essi, della manipolazione, a quello della comprensione più lenta dei significati, che affiorano, ma a condizione che si faccia lo sforzo di imparare a conoscerli.
Come motivare, come convincere il nostro giovane studente così profondamente pervaso dalla tecnologia, così ostinatamente alienato dalla sua umanità, che vale la pena fare lo sforzo necessario a ritornarne in possesso?
Io sono del parere che forse valga la pena di ricordarsi anche della faccia dell’impiegato delle poste!!!
E magari avere anche rispetto del suo lavoro…perché no?!
Un saluto
Ma davvero pensi che allungare due sberle a quelli "dell'ultima fila" avrebbe una ricaduta educativa? Seriamente? Sinceramente valuti che i genitori dei ragazzi accolgano il sottoscritto come "un pubblico ufficiale"? Per ora vedo genitori che vanno a dare dei deficenti a Presidi e insegnanti o giovanottoni che scacciano i Vigili Urbani a ceffoni perché intenti a multarli giustamente, per divieto di sosta..
Credo che la scuola sia a tutti gli effetti un luogo di mediazione in cui il compromesso è necessario e opportuno. Altri sono i luoghi dove vale il contrario: ogni spazio ha regole diverse. Di fronte alla complessità, che mi sto sforzando di delineare, le scorciatoie sono soluzioni rapide ma impraticabili. Lo schiaffo deve avere un contesto ben preciso per essere dato (costruire il contesto è la parte difficile del lavoro, non dare la sberla). Se non costruisci prima uno spazio educativo il gesto in questione sarà semplicemente frainteso. Sarà una bravata da due soldi, un rutto durante un quartetto d'archi di Bartok, una bestemmia di fronte ad un quadro di Morandi.
Quanto ai dati ed alle informazioni, così tanto disprezzate, mi spiace ribadirlo ma il più delle volte sono solo IGNORATE e questo non intendo accettarlo. Allora possiamo parlare di caducità di fronte alla "Morte della Vergine" od al "San Girolamo" di Caravaggio, o addirittura introdurre il tema dell'abbandono commentando la "Incoronazione di spine" sempre di Caravaggio. Ma lo farò solo a patto che si sappiano e bene la Storia dell'Arte, il linguaggio pittorico dell'artista e si governino tutti gli altri "dati" assolutamente necessari. Non si lasciano i libri chiusi solo per una "perdita esistenziale di senso" ma assai spesso e pure volentieri non si studia per semplicissima pigrizia.
Nuovamente mi intestardisco nel non voler separare le conoscenze, anche tecniche, da un livello educativo presunto come diverso e più ricco di senso. Una divisione che disapprovo e ostacolo con tutto me stesso. Non saltiamo i passaggi necessari, e soprattutto imponiamoci la fatica di apprendere anche uno straccio di cronologia per non confondere ROMANI e ROMANICO.
Non ho mai detto che i dati o i concetti siano inutili. Concordo con te nel non confondere i protestanti coi cattolici, nel dire che Max Weber era un sociologo piuttosto che uno scienziato, nello scrivere "Freud" e non "Froid", che sono tutti errori di chi non ha neanche sbirciato il libro.
E non ho detto che se voi insegnanti vi metteste a rullare di mazzate tutti quanti, noi impareremmo meglio e non fraintenderemmo il gesto. Però, secondo me, di fronte a un rutto al museo o a una presa in giro della bidella per i suoi problemi fisici o al bullo che se la prende col timido, un bello sberlone ci vorrebbe. Il fatto è che il contesto che è cambiato. Per questo sono partito chiedendo: la scuola è un luogo dove si può pensare? E' ovvio che se non si sa niente di storia dell'arte non si può pensare sull'arte, se non si sa parlare né scrivere non si può argomentare, ecc.
Per atoshi: Ma... non ho capito una cosa: sei arrabbiato perché pensi che io vi rimproveri di non dare sberle?
>Come motivare, come convincere il nostro giovane studente così profondamente pervaso dalla tecnologia, così ostinatamente alienato dalla sua umanità, che vale la pena fare lo sforzo necessario a ritornarne in possesso?
>Io sono del parere che forse valga la pena di ricordarsi anche della faccia dell’impiegato delle poste!!!
>E magari avere anche rispetto del suo lavoro…perché no?!
E' per questo che ho anche lanciato la domanda sui valori/princìpi... forse bisognerebbe fare sentire meglio a noi questa mancanza, con argomentazioni serie e qualificate, non con la solita sparata sulla globalizzazione che ha mercificato tutto e la tv piena di donne vestite col filo interdentale!
Per esempio le lezioni di educazione civica sono una buffonata: dai! Non ditemi che sono serie! E' solo una lezione in più di diritto + educazione stradale, che te la fanno quando pigli la patente!!!! Si potrebbe partire con domande veramente radicali come:
- secondo voi, perché dovremmo restare ancora uniti in società?
E da qui poi magari introdurre brevemente i valori che sono stati presi in considerazione nel corso della storia, ecc, e fare dei ragionamenti autonomi. :) No?
E reintrodurre, magari anche il "pubblico ufficiale".
Rispetto all'impiegato delle poste: non intendevo dire di non rispettarlo: Intendevo fare il paragone insegnant-impiegato, che è alienante per tutti e due.
Mi’ io purtroppo non conosco i tuoi professori, mi dispiace che non riescano a coinvolgervi con tematiche “serie”. Non entro nel merito dei contenuti, ci sarebbe molto da dire..
Hai ragione, l’insegnante dovrebbe essere una guida, un mediatore dei saperi, pronto a sollecitare gli interventi, a delimitare il campo delle interpretazioni ponendo in dialogo e organizzando i contributi degli alunni. Alimentare il gusto della ricerca e della scoperta, promuovere il ragionamento e la creatività, la riflessione, lo spirito critico e un sapere dinamico. Deve aprire la strada alla comprensione, anziché cercare di esaurirla, motivare alla conoscenza.
Ma concordo pienamente con Atoshi nel ritenere che tutto ciò non è assolutamente imprescindibile dallo studio dei contenuti.
E’ necessario STUDIARE con costanza, fatica e tanta buona volontà, anche quando l’argomento non ci coinvolge.
Non voglio fare dell’inutile retorica, ma fidati, prima di argomentare bisogna conoscere e prima di conoscere bisogna avere studiato, tanto e approfonditamente.
Riconosco che non è facile “resistere” fino alla 4° ora dopo ore di blablabla, ma non possiamo cambiare canale, è necessario farlo, così come è necessario “non andare fuori tema” e ascoltare anche il prof. dell’ultima ora cercando di non alienarsi….……che questo ci aiuti nel riuscire ad ascoltare anche le “femminucce cincischianti e i maschietti che sanno parlare solo di calcio e capelli” ..chissà…forse hanno qualcosa da dire anche loro……
Concluse le premesse necessarie ad inquadrare il problema e messa a fuoco la pigrizia, oltre alla mancanza di senso. Dato valore alla fatica e messa in discussione la famiglia, oltre alla scuola ed agli studenti, si possono dare fuoco alle polveri e chiedersi come attuare questo proficuo abbraccio fra istruzione ed educazione. O in altre parole, le tue Milo, "come motivare alla conoscenza" partendo da una situazione in cui famiglie, studenti e forse molti insegnanti non ritengono necessario fare della scuola un ambito educativo. Bandiera bianca?
No. Per tornare alla tua domanda originaria credo che "suo malgrado" la scuola sia un ambito in cui si attuano processi educativi. Qui i ragazzi oltre ad avere la possibilità di imparare (anche se abbiamo visto che non sempre accade) si innamorano, si arrabbiano, soffrono, perdono tempo come al bar, si appassionano improvvisamente a qualcosa o si sentono inutili e poco stimolati, si irritano e chiedono (come non a caso accade qui) come migliorare la scuola stessa come istituzione. Allora la scuola è un punto focale, anche nella sua incapacità a soddisfare quanto da lei sarebbe lecito attendersi.
A dire che l'inevitabilità dell'istituzione ne fa a tutti gli effetti un luogo che necessariamente pone questioni intorno al suo farsi o disfarsi, e credo che dette questioni siano senz'altro di ordine educativo.
Poi se accettiamo che l'abbraccio fra istruzione ed educazione necessiti di una relazione, di un ambiente fertile in cui possa sorgere, ebbene certo le responsabilità dei docenti sono grandi, ed influenzate da molti fattori.
Al contempo bisogna anche accettare, almeno per quanto mi riguarda, che la scintilla non scocchi in tutta la classe. La trovo una pretesa. Insomma si è costretti a dei compromessi, ad una misura che si è obbligati ad aggiustare passo dopo passo, classe dopo classe. Non tutte le classi sono infatti uguali, anzi si danno radicali differenze e tu non puoi essere sempre lo stesso.
Tutto questo può apparire probabilmente come un pensiero debole, che non si radica in intendimenti ed idee "assolute" e fondanti sulla scuola e sull'insegnamento. Ma quel che conta nel processo educativo è la relazione e quest'ultima cambia, così come cambiano di anno in anno i ragazzi ed i colleghi con cui lavori, ed il dirigente che ti coordina. In una condizione cosi mutevole le strategie devono per forza essere elastiche ed adattabili. Non c’è scelta.
Allora la scuola è un luogo in cui può eventualmente prodursi pensiero. A volte accade a volte no. La scuola riflette integralmente la confusione del tempo in cui viviamo, confusione che da un lato favorisce la messa in discussione ma che parallelamente permette spesso il degrado e l'assenza di dedizione ed impegno di tutti gli attori coinvolti.
Come riaccendere allora l'intelligenza emotiva necessaria all'apprendimento? Quali strumenti mettere in campo? Quali le necessità dei ragazzi a cui andare incontro? Quali le domande forti ed imprescindibili degli insegnanti ai ragazzi? E’ possibile pensare in termini generali e generazionali o è meglio far riferimento alle individualità?
Ciao! Scusate se non ho guardato il forum per qualche giorno.
Comunque, è sicuramente vero che la scuola è una realtà che prende intergalmente la prima parte della nostra vita, e per chi insegna anche tutta. Infatti, come dici tu Atoshi, noi a scuola ci innamoriamo, ci annoiamo, ci divertiamo, ci arrabbiamo, ci esaltiamo, ci deprimiamo... proprio perché è un ambiente che di fatto è pieno d'energia, quest'energia dovrebbe essere diretta.
Ok, ammetto di essere piuttosto rigido di mentalità (classi divise, il pubblico ufficiale, ecc); però come coniugare l'istruzione con i valori?
E pensare che ogni materia lo potrebbe fare: gli insegnati dovrebbero smetterla di rispondere che "se non ti serve ora, ti servirà in futuro", o cosa del genere. Dovrebbero piuttosto rispondere che quello che insegnano, al di la delle date e delle statistiche, può servire a conoscersi meglio e a conoscere meglio la propria civiltà di appartenenza.
La storia è cronologia di fatti sociali, non storia del pensiero (che ha generato fatti sociali)! Effettivamente, perché diavolo Napoleone si è messo in testa di creare un impero? Perché è scoppiata la riforma protestante e ne è nata la controriforma? Perché i preti o i credenti in Dio si rifiutavano di credere che la luna avesse i crateri e che non fosse una palla perfetta, e che le orbite dei pianeti fossero elittiche invece che circolari?
Ecco, faccio un esempio pratico sull'ultima domanda. Normalmente si risponde che erano dei bifolchi ingoranti, poi quando la bifolcheria passò, finalmente la scienza potè progredire in tranquillità. Amen. Alla domanda "Che ci faccio?" anch'io rispondo "Nulla!", perché quando andrò a lavorare, nei questionari non ci sarà certo una domanda del genere... Però questi credenti si rifiutavano di credere che "le cose del cielo" fossero imperfette perché altrimenti l'imperfezione del creato non avrebbe riflesso la perfezione di Dio, il creatore! Ma te l'immagini? "Cosa? La luna c'ha i buchi? Il sole sbuffa? ruotiamo a uovo invece che in cerchio? Non può essere... Dio non può aver fatto una cosa imperfetta!!!" Era un vero scacco per loro, non è vero che erano dei bifolchi snob o cose del genere... gli andava in crisi una concezione intera del mondo! E voglio vedere se non è difficile accettare una cosa del genere.
Da qui potrebbe veramente partire una lettura della storia, non come cronologia di fatti sociali, ma come storia della mentalità, delle concezioni... e da qui altre domande: cosa vuole dire avere una concezione del mondo? Cos'è un'idea? Cosa vuol dire credere in un valore assoluto come Dio? Perché ci credevano così fermamente, tanto da scandalizzarsi agli esperimenti di Galileo?
Non so se hai capito.
La questione, altrettanto importante, è: come fare? Alla fine ogni 15 giorni gli insegnanti potrebbero concedersi delle lezioni alternative di questo tipo. Credo che possa infervorare un po' gli animi! Che ne dici?
Concordo a pieno. Anzi sarebbe bello istituzionalizzare questa tua idea... Per esempio una proposta potrebbe essere che gli insegnanti affacciati sulle terre del sicofante la applichino sperimentalmente! Sarebbe poi bello avere dei risultati scritti dai docenti, come dei rapporti sulla piega presa da queste esperienze di metacognizione. Che ne dici?
Mi trovo d'accordo anche io con l'intuizione di Milo! Prendendo sempre ad esempio la Storia, è vero che conoscere le date è importante, ma riflettiamo: perchè lo è? Perchè in quei periodi è avvenuto qualcosa. E che cosa è avvenuto? Un fatto sociale... ma come hai detto tu, Milo, ogni fatto sociale non è nato dal nulla, ma ha un suo pensiero, un significato, un valore su cui poggia. Di conseguenza dobbiamo ricordarci le date per sapere quando un pensiero "fulminante" ha influenzato, colpito e modificato la società e la vita delle persone, la loro concezione del mondo... altrimenti una data di per sé è soltanto un numero. La data diventa importante quando segnala appunto un pensiero, un nuovo modo di vedere le cose e di affrontarle.
Concordo anche con la proposta di Atoshi e aggiungerei solo una piccola cosa: chi avesse già avuto esperienza di lezioni impostate con successo, potrebbe proporle come esempi e punti di partenza per chi volesse sperimentare soluzioni più efficaci, oppure per sottoporle ad eventuali critiche per migliorarle.
Che ne dite?