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La difficoltà di trovare una misura: da un insegnante per alcuni ragazzi affamati.


ritratto di Atoshi

By Atoshi - Posted on 07 May 2008

Ieri sera come docente sono andato a letto rattristato. Rattristato per la fotografia fatta del sistema scolastico in cui lavoro, per un senso vago di sconfitta, sapore sorto proprio perché le critiche emerse da Federico, Milo, Lucia e Benedetta sono puntuali, motivate e parte integrante anche della mia esperienza.
Provo a riassumerle:
a) L’insegnante è spesso un mestiere di rincalzo.
b) Il P.O.F. ed altri documenti che dovrebbero riassumere gli intenti educativi di un istituto spesso si riducono a mere scartoffie burocratiche.
c) I docenti hanno criteri di giudizio labili e non sufficientemente condivisi con i ragazzi.
d) La riduzione del processo educativo ad una “fornitura” di concetti a cui non si dà e non si deve dare “cuore” per costruire una domanda significativa, come dice Milo, od accogliere come significativo uno stato di non senso, come dice Lucia.
e) La refrattarietà di molti ragazzi a disporsi verso l’apprendimento in modo aperto, e l’attitudine a cercare di “sfangarla” in qualche modo, indipendentemente dal fatto che si trovino di fronte un docente in gamba od un somaro di professore. Semplicemente spesso non c’è disponibilità a considerare la scuola come luogo significativo, come sostiene Benedetta.
A proposito dell’ultimo punto considero SICOFANTE uno sforzo in direzione contraria e questo mi colpisce positivamente.
Lavoro alla scuola media, sotto i miei occhi entrano dei quasi-bambini e sempre più in fretta escono degli adolescenti, li lascio con domande appena abbozzate e perplessità in costruzione.

E’ vero: per molti colleghi fare l’insegnante è un lavoro di rincalzo, il rifugio opportuno per una carriera che doveva abbracciare ben altri lidi, come musicista, artista, architetto, scrittore….. Infatti è diventato un mestiere quasi esclusivamente femminile, un ideale secondo lavoro per arrotondare il reddito del marito e pagarsi autonomamente almeno la spesa al supermercato (sempre più cara).

Insegno da sei anni ed in questi sei anni credo di aver visto un cambiamento, un’eventuale controtendenza. Arrivano colleghe giovani, motivate al mestiere, che si impegnano oltre l’orario di lavoro, promuovono iniziative e cercano di intrecciare l’insegnamento fra discipline diverse. Detta altrimenti, lo spirito critico ma motivato che si respira nei vostri primi interventi è parte integrante di un clima che sta producendo docenti più motivati, insofferenti proprio a quella assenza di stimoli di cui parla Benedetta.
Per intenderci, vedo arrivare gente determinata a fare il mestiere di insegnante. Sotto questo aspetto sono ottimista, qualcosa sta cambiando ed anche il vostro sito credo lo provi.

Meno ottimista mi ritrovo ad essere rispetto a P.O.F., a riforme sbandierate e mai attuate (vedi alla voce Moratti) ed a un complesso di interventi che celano, dietro all’apparenza adamantina, un caos di carte e scartoffie a travestire l’assoluta assenza di profili educativi e didattici decenti. Vi invito ad allargare un attimo lo sguardo oltre la scuola e vedrete che questa è una caratteristica della contemporaneità. Ad esempio da quando la privacy è tutelata sulla carta con leggi, pronunciamenti, atti, moduli e liberatorie, ebbene da quando tutto questo accade mai credo il diritto alla riservatezza sia stato tanto violato ed oltraggiato. Il meccanismo di dichiarare in sede ufficiale intenti, regolamenti, prese di posizione etiche e filosofiche e sviluppare poi nei fatti atteggiamenti esattamente contrari è purtroppo una condizione sconcertante dell’epoca in cui viviamo. La politica e l’economia si giocano ormai molto su questo piano.

Sulla condivisione della metodologia didattica e dei criteri di giudizio si può lavorare meglio. Certo Lucia concordo che un docente debba far capire ai ragazzi cosa chiede e perché lo chiede con la maggior chiarezza possibile, ma al contempo, quando cambia il docente, cambia l’uomo che hai davanti in tutta la sua complessità, ragion per cui si daranno delle inevitabili discontinuità.

Sul punto che riduce la didattica a mera fornitura di concetti, debbo spostare l’attenzione su un terzo polo (oltre a ragazzi e professori) che è indubbiamente centrale nel processo educativo: la famiglia.
Nella mia esperienza ho notato che la maggior parte delle famiglie non chiede affatto al docente di porsi su un piano educativo, ma lo ritiene solo un (più o meno capace) “fornitore di concetti”, ed a questa aspettativa informa i propri figli. Da qui discendono due problemi:
a) la disciplina
b) una posizione critica verso quei docenti che si “allargano” su un piano educativo.

Badate, non sto giocando allo scaricabarile dalle spalle dei docenti a quelle dei genitori. Sto mettendo in luce che l’esperienza di Lucia è un’esperienza che non esito a definire circoscritta, non unica, ma relegata ad un modo di essere genitori che non si incontra spesso. Anzi quasi mai.
Qualche esempio? I consigli orientativi dei docenti per indirizzare alla scelta della scuola secondaria superiore dopo la terza media: quasi mai ascoltati. Gli interventi disciplinari, quasi sempre contestati dalle famiglie, anche quando sono riconducibili ad episodi gravi ed evidenti. Le code di genitori che chiedono clemenza nel tenore dei giudizi e nel volume di studio ai docenti, visto che il figlio pratica il nuoto agonistico, il tennis agonistico, la pallavolo, lo sci ed il tiro al piattello.
I genitori di oggi temono l’ambito educativo. Lo temono come un orizzonte in cui si aprono domande che li riguardano da vicino ed a cui non sanno rispondere. Si vedono sempre più situazioni strane, ragazzine di seconda media con due cellulari, ragazzi insonni perché appiccicati ai canali satellitari tutta notte, l’etica da Grande Fratello dilagante….
In questo “brodo di coltura” è oggettivamente difficile incoraggiare quella “domanda del cuore”, anche se certo non bisogna desistere.

Dell’atteggiamento dei ragazzi parlo malvolentieri. Nella mia esperienza d’insegnante della Secondaria di primo grado tendo a ricondurre certi atteggiamenti all’ambito familiare che li ha generati. Tuttavia, c’è una forte apatia che a tratti richiede un duro e paziente lavoro per essere minimamente scalfita, perché tu insegnate possa essere un soggetto degno di ascolto. E, qui mi ripeto, non sempre le famiglie assecondano questo sforzo. Anzi.

Aggiungo una nota dolente. Un insegnante con aspirazioni educative, che incoraggi o predisponga i ragazzi ad uno spazio in cui si possano generare domande che esulano dalla “fornitura di concetti” ma che magari partendo da questi assumano carattere educativo ed esistenziale, non sempre è compreso dai colleghi. L’esporsi su questo fronte e soprattutto incontrare la condivisione dei ragazzi disturba. Nella mia esperienza (e di colleghi impiegati in scuole di diverso ordine e grado) non sempre si instaurano le necessarie sinergie. Anzi può accadere il contrario: che si incontrino degli ostacoli.

Oggi la scuola è piena di ragazzi che faticano ad utilizzare propriamente il verbo avere, incapaci di un corretto uso della H, paralizzati di fronte alla necessità di scrivere due righe in italiano o di utilizzare gli strumenti basilari della matematica… In sostanza, e non come affermazione retorica, dei quasi-analfabeti come purtroppo evidenziano le ultime indagini a livello internazionale. Tralasciamo l’uso delle lingue straniere, del greco e del latino ad appannaggio di una setta di pochi eletti… Allora è bene che un insegnante, parallelamente all’acquisizione di una metodologia filosofica ed educativa, abbia ben chiaro che è fondamentale trasmettere degli strumenti di base. Questo passaggio Milo non lo darei affatto per scontato, altrimenti capita che in sede d’esame, alla facoltà di Architettura di Firenze, di sentire una compagna di studi del sottoscritto sostenere di fronte al professore, che San Francesco è vissuto nel XIX secolo... Non diamo per scontate le nozioni di base, sono necessarie e trascuratissime nella contemporaneità, chiediamoci magari del modo opportuno per trasmetterle.
Non sono solo nozioni ma anche strumenti importantissimi sui quali costruire la propria capacità di
pensare autonomamente, la propria capacità critica.
L’insegnante è certamente una figura chiave nel contesto educativo di una società, ma bisogna esser cauti e non trasformarlo in una figura messianica, capace di incendiare gli animi e rovesciare le esistenze, come sembrerebbe chiedere Benedetta.
Peraltro, il contesto in cui si muovono i giovani oggi non è fatto di sola scuola ma di una complessità di “spazi” reali e virtuali, e questo incide inevitabilmente sul margine d’azione dell’insegnante.
Questo per introdurre il tema della “misura” che è essenziale per chi sta di fronte a dei ragazzi. E’ necessario per me, che lavoro nella scuola dell’obbligo, rapportarmi con tutti i miei studenti, con chi si entusiasma di fronte al Cristo morto di Mantenga e con chi, posto di fronte alla stessa opera, chiacchiera allegramente di calcio o sonnecchia. I ragazzi non sono un’omogenea massa domandante e affamata di sollecitazioni esistenziali. I ragazzi sono diversi fra loro: ci sono quelli che hanno fame e quelli che al banchetto non sono minimamente interessati. Io devo assolutamente lavorare per ambedue i gruppi, cercando affannosamente una misura.

Chiudo sostenendo che sono favorevole al mantenimento della bocciatura là dove manchino i requisiti nozionistici di base di cui parlavo in precedenza e si evidenzi l’opportunità educativa che può rappresentare questo provvedimento. I ragazzi debbono incontrare il limite, porsi in relazione con una sconfitta, assaporare la sensazione di sbattere contro un muro, o più in generale rapportarsi al proprio fallimento e quindi alla sofferenza. La sofferenza è un luogo prezioso, forse il luogo educativo per eccellenza.

Non è forse la scuola il luogo giusto per metabolizzare una sconfitta e dargli il significato di un insegnamento?

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ritratto di Lucia

Inizio commentando solo alcuni punti, in modo da procedere senza rischiare dispersioni.

Mi ha colpito il ruolo rilevante della famiglia che hai messo in evidenza. Come hai detto tu, la mia situazione familiare è alquanto circoscritta e probabilmente è per questo che non ho mai riflettuto adeguatamente sull'influenza e sull'approccio che possono avere altri genitori verso il sistema scolastico ed i suoi docenti. Ripensandoci ora, mi vengono in mente non pochi consigli di classe che evidenziano l'atteggiamento da te descritto da parte delle famiglie. Mi spaventa abbastanza (molto, a dire il vero) accorgermi che non è scontato trovare un appoggio, un sostegno una volta tornati a casa da scuola. Anzi, ci si può trovare di fronte ad un ostacolo in più da dover fronteggiare: gli sforzi di un docente in gamba possono essere vanificati in un attimo, se l'ambiente familiare è ostile o sfuggente verso di essi, perché la famiglia è un pilastro che nella maggior parte dei casi nemmeno la scuola può adombrare, nel bene e nel male.

La stessa ostilità la si trova anche all'interno del corpo insegnati, proprio come dicevi. Ho vissuto anche questo, pur non essendo in prima fila, poiché l'ho vissuto da allieva di professori che hanno tentato di coinvolgere maggiormente noi ragazzi. Più ci penso e più mi sembra di vedere ostacoli e "nemici" che mi crescono tutt'intorno come funghi: studenti apatici, docenti non motivati che mettono i bastoni tra le ruote a quelli motivati, famiglie che sanno strillare ma non sanno discutere, nè agire, nè ascoltare... Ma il problema non sono gli studenti, non sono i docenti, non sono le famiglie. Studenti, docenti e famiglie sono prima di tutto persone. E a me sembrano (sembriamo) persone spaventate. Siamo tutti studenti che hanno paura di mettersi in gioco in quello che studiano e il terrore di fallire ci paralizza ancor prima di tentare. Siamo docenti che hanno paura di colleghi pronti a sfidare quella massa di ragazzini turbolenti e ad essere loro complici subito dopo. Siamo genitori che hanno paura di trovarsi di fronte un figlio sconosciuto e qualcuno che sa educarlo meglio di quanto non sappiamo fare noi.

Per questo motivo, penso anche io che sia importante incontrare degli ostacoli (ad esempio, la bocciatura) che ci permettano di temprarci.
Ma questa paura, che dobbiamo combattere, da dove nasce?
Da dove nasce, per esempio, la paura di prendere sul serio le cose?
Docenti che hanno paura di prendere sul serio le domande degli studenti; ragazzi che hanno paura di affrontare temi che un professore propone; famiglie che hanno paura di affrontare i problemi dei figli e quindi i propri... e allora via con lezioni piatte ed evasive, atteggiamenti apatici, lamentele irrazionali, cellulari, ipod nelle orecchie durante le lezioni, totale mancanza di rispetto verso chiunque...
Da cosa fuggiamo? Non si può fuggire per sempre.
Verso cosa fuggiamo? A volte una ritirata può essere la soluzione (momentanea), ma solo se c'è una direzione da seguire. Io non vedo una meta, una strada o una direzione. Si gira sempre in tondo, in modo confuso, dispersivo, inconcludente.
O sono solo io a percepire così quello che mi circonda?

Buonasera a tutti, mi chiamo Chiara e sono una studentessa del liceo che quest'anno avrà la maturità, non ho molto tempo per commentare tutti i post, però questo mi ha colpito poichè in quanto studentessa riesco ad immedesimarmi nelle vostre parole.

Per quanto riguarda il ruolo guida della famiglia penso che sicuramente, essa abbia una grossa influenza sugli studenti, nonostante spesso cambiando ambiente lo studente cambi atteggiamento. Classico nella mia classe è il ragazo che a Casa è un angelo educatissimo e a scuola diventa l'elemento di disturbo principale. Questo è solo un esempio per dire che l'ambiente familiare alla fine è totalmente diverso da quelloin cui dovremmo "arricchire la nostra cultura" e che quindi non son ambienti paragonabili. Poi logicamente credo ci siano anche quelle famiglie che non si propongano d insegnare il rispetto ai figli, ma questa categoria non la voglio nemmeno prender in considerazione, altrimenti la colpa della mancata educazione riverserebbe totalmente su di loro.
per quanto mi riguarda, la mia famiglia credo sia molto permissiva , ma nonostante questo son appunto io in prima persona che mi ponevo dei limiti d libertà per cercare d non farli preoccupare e per mantenere la loro fiducia. In poche parole vorrei far capire che poichè siamo esseri umani ognuno ragiona in modo diverso e quindi il problema dell'educazioe non è solo della famiglia o del professore, è il ragazoc he dovrebbe aver un pò d etica, capire quali sono i limiti e aver atteggiamenti rispettosi o almeno di tolleranza. credo che siano i giovani il principale problema poichè non capiscono l'importanza che l'educazione e il rispetto possano aere in una società e soprattutto in una società che si sta deteriorando moralmente come la nostra.

per quanto riguarda il ruolo dell'insegnante beh, possiam toccare alcuni punti:
1)se l'insegnante non è capace di coinvolgere gli studenti o non spiega appassionatamente, credetemi, anche lo studente più determinato e interessato in quella materia finisce col non sentirsi più parte di quella stessa materia che prima lo entusiasmava, perde l'interesse. e questo l'ho provato in prima persona, avevo una prof d mate che era fantastica anche se eccessivamente severa, ci metteva l'anima in quello che faceva ed il risultato era che tutta la classe era terrorizzata da lei, però tutti studiavamo e ci impegnavamo e la materia ci finiva col piacere perchè piaceva tanto alla prof che riusciva a fartela amare, ora invece cambiando prof, quella materia da me prediletta è diventata "insipida".
2)l'insegnante dovrebbe esercitare maggiormente la sua autorità, insomma, in quanto pubblico cittadino esercitante un mestiere volto a istruire le nuove generazioni, bisognerebbe esser più severi. alla fine siam studenti, il nostro mestiere è lavorare e se si vuol arrivare a costruire una società migliore bisogna aver le basi per farlo e una istruzione credo sia indispensabile, quindi io se fossi insegnante sarei molto restrittiva. non sò, non è per cattiveria, è che essendo noi una classe turbolenta, stiamo attenti solo coi prof che ci terrorizzano o con quelli con cui quando sgarriamo implicano le interrogazioni a sorte immediate e che alla fine, anche se ti metton compiti in classe impossibili e nelle interrogazioni ti chiedono cose che "devi sapere perchè è cultura generale" alla fine non riesci a odiare perchè per loro provi rispetto perchè son maledettamente acculturati e sofisticati.

per quanto riguarda Lucia che dice che siam persone "spaventate", mi dispiace ma ion aderisco, nel senso che un pò d xenofobia è normale, si ha sempre un pò paura dell'esterno, ma per quanto riguarda la scuola, la famiglia non si può parlre d paura. Di fronte a un compito in classe logicamente si ha paura, ma credo che tutti lo vadano ad affrontare anche perchè prima o poi l'ostacolo lo devi saltare se vuoi continuare vivere. Non mettersi in gioco è come non vivere, e non è bello far lo spettatore in questi casi.
l'unica cosa quindi che ti posso dire riguardo alla paura d affrontare gli ostacoli è che si ha la paura dell'ostacolo sucessivo," ci si preoccupa sempre del futuro, senza pensare a cosa si sta perdendo non pensando al presente perchè si è concentrati sul futuro."

per quanto riguarda la bocciatua credo sia l'unico strumento in grado non d fermare, ma almeno d ridurre l'ignoranza dilagante! insomma, non si può continuare a promuovere gente condelle insufficienza, il tuo unico compito in quanto studente è quello di studiare!
ps: per quanto riguarda i risultati che hanno testato l'ignoranza degli italiani, ci tengo a precisare che son stati fatti sia nei tecnici che nei licei e si è fatta una media unica, mentre nel test in cui vi erano solo i licei siam nei primi 10-15.

scusate se ho scritto con errori o male, ma non sto a rileggere che devo scappare a studiare! continuate a scrivere!

ritratto di Lucia

Io sono ancora convinta che ci siano molte persone spaventate, non tutte, ma molte. Non mi riferisco tanto a timori verso la prova del giorno (interrogazione, verifica...), visto che questo tipo di timore, come hai detto tu Chiara, è logico ed è un ostacolo che devi per forza superare: avrai la tremarella prima di entrare in classe, ok, ma si risolverà tutto in quell'occasione, perchè è una paura facile da razionalizzare. Non mi riferisco nemmeno ad una paura di tornare a casa per una qualche crisi familiare grave, o simili, che pure hanno il loro peso, ovviamente. Mi riferisco, invece, ad un sentimento di paura meno "scontato", meno evidente a chi lo prova. Per prima cosa ti faccio un esempio sull'influenza che hanno (o meglio, possono avere) i genitori sulle scelte dei figli in ambito educativo, per farti capire il motivo per cui ho dato ragione ad Atoshi circa il ruolo rilevante della famiglia anche in relazione alla scuola. Io ho diversi amici che hanno scelto quale facoltà frequentare su influenza dei genitori, i quali avevano paura che i figli non trovassero lavoro, che dovessero trasferirsi in un'altra città, che non fossero ben visti dal "vicinato"... Questo tipo di paura, anche se non imposta sui figli con espliciti divieti o simili, ha una fortissima influenza sui ragazzi, limitando la loro libertà di scelta, la loro libertà di crescere e di costruirsi un'identità propria. Un ragazzo in queste condizioni, anche trovando appoggio a scuola da parte di docenti e/o compagni, come ritorna a casa si imbatte in un clima ostile a quelle che sarebbero le sue scelte e di conseguenza un eventuale sforzo da parte di un docente di incoraggiare il ragazzo ad affrontare gli argomenti che lo interessano verrà facilmente vanificato. Infatti il ragazzo reagirà entrando in conflitto con la famiglia per far valere la propria opinione, oppure subirà passivamente. Questo tipo di paure, anche quando nascono da un desiderio di protezione, sono molto diffuse tra i genitori, comprensibilmente, però risultano dannose per un ragazzo, soprattutto se questo non sa imporsi. Molti miei amici, pur avendo complessivamente dei buoni rapporti in famiglia, si trovano sotto una simile influenza familiare, forte e costante, più o meno evidente... ma difficile da gestire, proprio perchè non nasce da cattive intenzioni.

Precisato questo, nel post precedente non mi riferivo ad una paura universale di entrare nell'ambiente "casa" o nell'ambiente "scuola" o in un qualsiasi ambiente "esterno". Anzi, a mio parere, la paura è proprio quella di rivolgersi all'interno, cioè dentro di sè. Un docente che ostacola un collega più attivo e intraprendente, lo fa perchè l'iniziativa dell'altro lo costringe ad un esame di coscienza e quindi a rendersi conto di essere passivo nel proprio ruolo di insegnante, per esempio. Allo stesso modo ci sono genitori che hanno paura di confrontarsi con un figlio che non sono in grado di capire (per le scelte universitarie -esempio concreto-) e magari scoprire che c'è invece un docente che ne è in grado... e quale genitore non vivrebbe la cosa un po' come una sconfitta rispetto al proprio ruolo di educatore? Non mi stupirei se reagisse mettendo in difficoltà il docente... sono poche le persone veramente umili da accettare una "sconfitta" o abbastanza sagge da non viverla come tale, ma come un'opportunità di avvicinarsi ai figli e partecipare ancora meglio al processo educativo.

Infine, sono perfettamente d'accordo con te, Chiara, riguardo al fatto che "non mettersi in gioco è come non vivere e non è bello fare lo spettatore", ma bisogna tenere conto che non tutti hanno il coraggio di mettersi in gioco, o che non tutti lo trovano subito, o che non sempre ci sono le condizioni favorevoli per farlo... Io per prima non trovo sempre il coraggio di mettermi in gioco, anche quando so che è sciocco fare lo spettatore. Mi ricordo bene l'ultimo giorno di scuola del quarto anno di liceo. Ovviamente non si faceva lezione e c'erano ragazzi per tutti i corridoi. Io ero sulla scala anti incendio a chiacchierare con degli amici, quando sono arrivati un gruppo di ragazzi con un grosso secchio. Sbirciando ho visto che il secchio era pieno d'acqua e dentro c'era un grosso pesce che non aveva nemmeno lo spazio per muoversi. Ad un certo punto i ragazzi hanno cominciato a contare e al "tre" hanno gettato il pesce giù dalla scala anti incendio: il pesce si è schiantato con un tonfo secco che ancora non riesco a dimenticare. Quando avevano cominciato a contare, io avevo capito benissimo le loro intenzioni e avrei potuto fermarli o quantomeno cercare di farlo. Eppure sono rimasta a fare da spettatrice. Pensavo di non essere intervenuta perchè troppo spiazzata dalla crudeltà di quel gesto, ma non era tutta la verità. Il fatto è che intervenendo avrei in qualche modo reso più reale anche a me stessa l'orrore di quello stupido gioco e l'orrore del fatto che nessuno, neanche i docenti nei dintorni, accennava ad intervenire... standomene in disparte avevo sperato di poterlo dimenticare e ignorare, non essendo coinvolta in prima persona nell'atto, ma ovviamente non è andata così. Sono stati la paura e l'egoismo di un istante, tuttavia sono stati sufficienti per lasciar morire quel pesce.
Questo per dirti che, pur avendo un ostacolo davanti e pur sapendo che va superato, non lo superiamo meccanicamente, non subito. Molto facilmente, al contrario, ci blocchiamo. Come dici tu, tutti vanno ad affrontare un compito in classe... ma tutti ci vanno proprio perchè è solo un compito in classe. Non penso sia corretto generalizzare tutti gli ostacoli. Io avrei dovuto lasciarmi travolgere meno dall'assurdità di quella situazione e agire... ma proprio perchè non si trattava semplicemente di un compito in classe, ma di un evento fuori dal mio ordinario, mi sono trovata paralizzata dalla mia stessa paura di prendere reale consapevolezza di quella situazione che non sapevo come affrontare. Ed ho fatto un danno a cui non posso rimediare.
Le paure purtroppo sono irrazionali e irrazionali sono la maggior parte delle reazioni ad esse, perchè spesso non vuoi sapere che "l'ostacolo va superato"... apparentemente, è più comodo far finta di nulla, non crederlo reale, esistente.

Tutto ciò ovviamente rafforza la tesi che tutti e tre sosteniamo: non dobbiamo eliminare gli ostacoli dal nostro percorso educativo, perchè altrimenti non saremo mai in grado di affrontare quelli che inevitabilmente la vita ci porrà davanti.

Spero di essere riuscita a spiegarmi questa volta e vi chiedo scusa di non essere stata più precisa riguardo a cosa intendevo con "influenza" e "paura", nel post precedente :)

ritratto di Milo

> Sul punto che riduce la didattica a mera fornitura di concetti, debbo spostare l’attenzione su un terzo polo (oltre a ragazzi e professori) che è indubbiamente centrale nel processo educativo: la famiglia.
> Nella mia esperienza ho notato che la maggior parte delle famiglie non chiede affatto al docente di porsi su un piano educativo, ma lo ritiene solo un (più o meno capace) “fornitore di concetti”, ed a questa aspettativa informa i propri figli. Da qui discendono due problemi:
> a) la disciplina
> b) una posizione critica verso quei docenti che si “allargano” su un piano educativo.

Confermo, per molti è così, tant'è che addirittura certi eventi che possono essere realmente educativi che la scuola organizza non vengono percepiti dagli studenti che vivono in certe famiglie. Per esempio, quest'anno per 3 ore abbiamo ascoltato la lezione di un musicologo, sulla musica classica. Nessuno ha aperto bocca, tranne io e un altro - "i soliti 2 che si fanno dei viaggi".
La tiritera che sento spesso ripetere è: a cosa serve? La musica non serve a niente! Alloa non nascono domande, riflessioni, ci si annoia, si sbraita, ci si addormenta.

Che poi oltretutto ci possiamo fare benissimo domande intelligenti anche su cose che servono, per dire quando parlo di politica io mi infuoco un sacco su come potrebbe funzionare lo stato. Ma il "a che serve?" è così ristretto all'ambito di soddisfazione personale, che non nascono domande neanche lì. Ci si lamenta al max chesi vogliono meno tasse. Egrazie, io allora non vorrei neppure pagarle, undomani!
Secondo me sono le prospettive che si sono ristrette, a moltissimi. Non so, avete notato che per molti il massimo che riescono a progettare sono le vacanze, estate o a capodanno? Non una riflessione di più...

ritratto di Atoshi

E' inevitabile fare danni a cui non si può rimediare. Sono davanti a dei ragazzi per buona parte dell’anno e naturalmente commetto degli errori. Certo la faccenda mi rode, mi lascia in uno stato di scontentezza, per una lezione scialba, per uno studente che andava difeso meglio in Consiglio, un’alzata di voce non necessaria o per non aver tentato qualche altra strada.

Posso dirti che ho avuto un paio di colleghi che con le loro critiche mi costringevano ad uno sguardo interno/interiore: due tesori. Gli eventi della vita mi hanno fatto perdere per strada uno dei due. Sento molto la sua mancanza, il vuoto che ha lasciato è enorme. Per un insegnante guardare a sé, tornare al proprio operato, coincide spesso con il denudare scabrosamente le proprie povertà, i propri bisogni più intimi. L'esposizione ad un gruppo di coscienze in ascolto, lascia emergere non tanto velatamente quel che siamo, i sapori che cerchiamo insistentemente e mostra le costrizioni in cui incappiamo inesorabilmente.
Ricordo una studentessa che in un momento informale, al termine di un laboratorio di scenografia, mi fece un'osservazione fulminante a proposito del mio carattere. Restai per un attimo senza fiato. Ricordo benissimo quel momento, avevo in mano un pennello intriso di tempera blu ed ero in ginocchio su un pannello di polistirolo..... Insegno da sette anni ed in quel preciso istante ho capito l'impossibilità di celare ai ragazzi quel che sono ed anche l’inutilità di farlo. Per loro vale simmetricamente lo stesso, ma l'insegnante da adulto ed educatore dovrebbe rapportarsi a tutto questo, alla condizione umana, con maggior responsabilità. Quello sguardo da te gettato (non è prima volta che lo fai, si sente dalla partecipazione con cui lo racconti) sul tonfo del pesce, sullo schianto secco del suo corpo e sull'impossibilità di rimediare diventa una metafora. Restiamo attoniti di fronte al nostro limite: non è piacevole la nudità in questa prospettiva, si resta con la sola pesantezza di sé.

La paura è la seria probabilità di perdere sapori rassicuranti e di trovarne altri spiacevolmente inattesi. Capita, costretti dagli eventi, di ritrovarsi nell’impossibilità di ignorare se stessi, e privati della possibilità di nascondere la testa sotto terra come struzzi, si va ad un impatto con quel che vorremmo evitare. Volgendosi "verso l'esterno" proiettiamo invece di solito i nostri appetiti per quello che si manifesta e ci allontaniamo il più possibile dalla percezione dell’inevitabile. Verso l’esterno progettiamo. Il ritorno "all'interno" è invece la via essenziale per sollevare domande sul proprio operato, per proporre da quel punto domande alle coscienze circostanti, come fossero questioni poste a noi stessi.
Gli ostacoli, i fallimenti e le sofferenze sono i luoghi in cui un limite non si lascia colmare d'altro, ed in cui le scappatoie sono precluse e lì torniamo spesso a chiederci cosa sia successo, senza saperci rispondere... Sono momenti fruttiferi? Perché?

Pensi sia possibile insegnare qualcosa relazionandoci anche ai limiti? L'episodio del pesce cosa ti ha lasciato di prezioso? Rivolgendomi anche a Chiara, quale significato ulteriore dare al "mettersi in gioco"? Sarebbe bello per me capirlo meglio. Sento che nel mettersi in gioco sta una delle essenze di un buon insegnante, anche se è un bastardo severo, non si risparmia. Il docente che si risparmia ha paura di qualcosa. Perché la paura è un ostacolo all’educazione?

ritratto di Lucia

Insegno da sette anni ed in quel preciso istante ho capito l'impossibilità di celare ai ragazzi quel che sono ed anche l’inutilità di farlo. Per loro vale simmetricamente lo stesso, ma l'insegnante da adulto ed educatore dovrebbe rapportarsi a tutto questo, alla condizione umana, con maggior responsabilità.

Ecco, è proprio questo che ho cercato e non ho trovato nei professori nella vicenda del pesce (ma anche in altre occasioni): responsabilità. Non so se quei ragazzi siano stati ripresi successivamente, ma so che nessun insegnante lì presente ha fatto nulla per fermarli. Non è mia intenzione scaricare ogni colpa sui docenti, perchè io stessa non ho fatto nulla, tuttavia, come hai detto tu, gli insegnanti ricoprono un ruolo con delle responsabilità e riportare all'ordine quella situazione era prima di tutto compito loro. Sentirmi ripetere ogni giorno che gli studenti devono essere più responsabili e poi vedere invece che anche i professori vengono meno alle loro responsabilità, questo ha creato dell'attrito nel percorso educativo che mi stava fornendo la scuola: non posso chiedere ad un insegnante di essere perfetto, sarebbe una pretesa sciocca, ma credo sia mio diritto chiedergli di essere il più coerente possibile con ciò che afferma... altrimenti per quale motivo dovrei essere rimproverata per una mia mancanza? Il rimprovero perde di significato.
E' questo che vorrei in un insegnante: responsabilità e coerenza. Sono ammessi errori, ovviamente, perchè nemmeno i prof sono macchine, però devono essere "errori educativi", per l'insegnante o per gli studenti, affinché da essi si possa imparare e maturare, e non diventino errori "inutilizzati", cioè nascosti nel profondo del nostro essere per fuggire da essi.
Finché un professore farà il possibile per adempiere alle sue responsabilità, avrà da me tutti i diritti per rimproverare le mie mancanze. In caso contrario, come può pretendere che una massa di ragazzi in pieno bombardamento ormonale facciano qualcosa a cui non si attiene nemmeno lui?
Penso che dalla responsabilità e dalla coerenza possa poi nascere il rispetto (da parte degli studenti, salvo pochi casi che fanno di tutto per essere "irrecuperabili"... ci sono anche quelli...).
La somma di responsabilità e coerenza dà come risultato anche il rispetto verso l'allievo e quando quest'ultimo è rispettato, penso che l'insegnante non possa più essere criticato di incompentenza nel campo dell'educazione... o almeno così la penso io, perchè a mio parere il rispetto è la base di tutta l'educazione. Per esempio "ama il tuo nemico" mi sembra abbastanza ridicolo... se uno mi sta antipatico o mi ha fatto del male, perchè devo per forza amarlo? Pur non amandolo posso però portargli comunque rispetto, perchè il rispetto non necessita di altri buoni sentimenti... è forse l'unico modo per essere imparziali quanto basta per poter affrontare le determinate situazioni, anche quando non ci aggradano.

Pensi sia possibile insegnare qualcosa relazionandoci anche ai limiti? L'episodio del pesce cosa ti ha lasciato di prezioso?

Penso che sia fondamentale relazionarsi con i limiti. Scontrarsi con essi a volte è l'unico modo per prenderne consapevolezza e senza consapevolezza non li si può superare. A volte forse non è nemmeno necessario o possibile superarli, però imparare a conoscerli può insegnarci a capire entro quali confini possiamo poi muoverci liberamente. Quindi sì, è possibile imparare o insegnare qualcosa relazionandoci anche ai limiti, anzi penso che la cosa fondamentale sia proprio imparare a rapportarci ad essi: che sia per superarli o per convivere con essi, perchè già ammetterli è un bel passo avanti.
Io dall'episodio del pesce per esempio ho imparato ad essere più partecipe di quello che mi circonda ed anche più reattiva, pur essendo ancora in fase di "maturazione": sarei presuntuosa se dicessi che ho già superato il mio limite. Quell'episodio mi ha anche aiutata a capire di più che cosa ricerco nella figura più generale del "maestro" (può essere anche un amico), proprio partendo da ciò che non ho trovato in quell'occasione.

Concludo dicendo che sono sempre più grata alla possibilità di poter parlare di queste cose. Discutendo anche con chi sta "dall'altra parte della cattedra" mi si chiarisce meglio tutto l'ambiente scolastico ed educativo. Essendo io solo una studentessa, non ho mai avuto esperienza come insegnante e perciò la mia visione del sistema educativo è piuttosto "unilaterale"... diciamo pure ciclopica! Vedo con un occhio solo.
Sarebbe bello poter proporre un confronto maggiore tra studenti e insegnanti anche a scuola (anche se temo di immaginarmi già il risultato...), perchè è proprio in questo confronto che secondo me risiede il vero processo educativo: come hai detto tu, Atoshi, è impossibile celare gli uni agli altri ciò che si è realmente ed è inutile farlo... voi insegnanti non siete macchine che trasferiscono dati in altre macchine (noi studenti). E' inutile anche fingere e sperare che sia così: nessuno di noi è una macchina.

ritratto di Atoshi

Lucia ti ringrazio. Ti ringrazio per aver colto lo spirito con cui mi sono posto nel nostro dialogo. Concordo a pieno con quanto dici. Sia chiaro che la "visione ciclopica" coinvolge da vicino anche gli insegnanti, spesso chiusi in generiche e generali lamentele, immemori dei "bombardamenti ormonali" da cui loro stessi sono passati, fiacchi d'entusiasmo, anemici di stimoli, facili al giudizio sbrigativo e sommario e l'elenco potrebbe allungarsi in modo preoccupante.
Chi insegna deve caricarsi sulle spalle una responsabilità. La responsabilità di andare incontro all'altro senza preclusioni, coglierne le inclinazioni e incoraggiarne criticamente lo sviluppo. Più che dargli nozioni (anche se necessarie lo ripeterò all'ignoranza) dargli il senso di un cammino, di una direzione possibile per lo sviluppo della propria coscienza. Credo anche che un professore debba anche dare il senso delle asperità proprie della vita, magari a volte impersonandole, ponendosi come un ostacolo, proponendo ai ragazzi percorsi faticosi ma stimolanti. Tutto questo a parole è facile ed edificante, nella pratica molto difficile. Provare per credere.
Certo l'entusiasmo per quel che insegna e per le coscienze a cui insegna è una componente a cui l'insegnante non può rinunciare, così come non può rinunciare a proporsi criticamente "pungolando" i ragazzi sempre, anche se magari le risposte sono negative e gli occhi annoiati. Gli adolescenti amano proporre facce annoiate anche se sono interessati e colgono una proposta educativa quando magari il professore è già morto e sepolto. Ti racconto un episodio in proposito. In prima ginnasio, allo Scientifico, avevo una prof di Italiano che era la classica docente cresciuta nel dopoguerra, formalissima, avanti negli anni, vestita all’antica severa, un monumento a Giovanni Gentile. Un giorno leggendo l'Eneide ed in particolare l'episodio di Didone ed Enea si commosse. Puoi immaginare noi, la mandria scalciante: risolini, commenti e poi alla fine dell'ora risate a go go. Però ovviamente, dopo anni, ho ricordato l'episodio (curioso che si sia fissato nella memoria no?) ed ho capito che quella donna quando leggeva l'Eneide era coinvolta, dava se stessa. Cos'altro chiedere come studente? A dire che i semi crescono pian piano....
Se un ragazzo sa assumersi la responsabilità di apprendere, sa aprire il cuore e concedersi a curiosità e passione e non ad apatia e pigrizia, credo troverà puntualmente risposte e sponde interessanti. Certo non in tutti i docenti, ma certamente in alcuni sì. Sono sempre stato appassionato d'arte e non a caso con il docente di storia dell'arte al Liceo ho instaurato una relazione educativa anche dopo la maturità. Andavo a mostrargli i miei ridicoli lavor, che erano oggetto di critiche a più voci. Sono debitore di una certa sensibilità estetica grazie a quella persona. Insomma se le coscienze si intersecano lo steccato fra insegnanti e studenti si fa sottil,e se non inesistente, perché alla base il richiamo fondamentale è lo stesso, così come le angosce e le pulsioni sono spesso condivise. Anche i professori infatti hanno gli ormoni!
L'intendimento dell'essere umano come macchina è un cancro. Scavalca proprio questo abbraccio fra coscienze e relega l'esperienza didattica in uno spazio che non può che demotivare il docente ed annoiare i ragazzi. La sterilizzazione delle conoscenze è la morte del sapere. Un gorgo dove gli insegnanti, cercando affannosamente una relazione si abbassano ad "amichetti" dei ragazzi pur di entrare in contatto con loro, e dove i ragazzi scambiano i docenti per ostacoli da sradicare, nemici in carne ed ossa, o per assurdo come succedanei di mamma e papà (spesso divorziati). Questo produce disastri enormi. Perché se l'autorità è un ingrediente irrinunciabile (e credo lo sia) l'insegnante "amichetto o nemico oppressore" non può che ostacolare qualsiasi processo cognitivo. Io pretendo rispetto, e se do un compito in classe deve essere svolto. Non sopporto le scuse, gli atteggiamenti da piccolo bulletto ed il mancato rispetto di regole condivise in precedenza, frutto di un atteggiamento "da originale incompreso". Ad esempio con i ragazzi concordo ad inizio anno che durante le verifiche non si va in bagno, ma prima della verifica faccio uscire chi me lo chiede. Lavorando come docente di arte chiedo che quando si disegna lo si faccia con dedizione e quando si fa storia dell'arte non si disegni affatto. Cerco di costruire un reticolo di regole condivise e di farlo rispettare. Come ho scritto altrove, l'assenza di regole, l'ipod in testa mentre il prof spiega, le ragazze vestite da discoteca ogni mattina, la mancanza di decoro (e usiamo questo termine!), diventa a tutti gli effetti una regola soffocante. La regola numero uno? Nessuna regola. Ed a questo ci ritroviamo costretti, con pesci che volano dalle finestre, filmatini osceni girati nelle toilette della scuola (alle medie) eccetera eccetera. Pensiamo, noi docenti, i genitori a casa e voi studenti, di essere senza guinzaglio mentre in realtà siamo impiccati senza nemmeno saperlo. Allora il rispetto delle regole è il terreno di una condivisione possibile, di un ordine necessario. Se guidi ubriaco ti ammazzi, se segui una lezione in un caos di sederi scoperti risate ed ipod nelle orecchie non imparerai nulla.
Ieri ho scambiato due parole con un'alunna, al laboratorio informatico:
"Sai prof che siamo l'unica scuola dove non si può tenere in classe il cellulare?"
"Io credo sia una regola giustissima. Tu ne senti la mancanza, vorresti averlo?"
"No, non ci penso più, non ne sento proprio il bisogno.".

Non ci insegna qualcosa tutto questo?

ritratto di Lucia

Hai sollevato una questione che anche io reputo importante: la presenza e/o l'assenza di regole. Come hai detto tu, è impossibile che non ci siano regole, poiché l'anarchia non è altro che la regola del "non ci sono regole". Paradossale, no? E' solo l'illusione di essere liberi di fare qualsiasi cosa, ma nulla di più. Infatti sembra che la libertà o la possibilità di poter fare qualcosa venga subito vissuta con un "di conseguenza devo farlo per forza". Posso ascoltare l'ipod durante le lezioni che tanto nessuno mi dice nulla? Allora devo ascoltarlo assolutamente.
Inoltre mi sembra sciocco quando "libertà" significa anarchia assoluta. L'anarchia assoluta non è forse uno dei primi limiti alla libertà? Verrebbe da dire di no, perchè ognuno può fare come desidera, ma dal momento che viviamo in una società, perchè siamo appunto creature sociali, la libertà di uno limita quella di un altro, trasformandosi nella "regola del più forte". A questo punto non è meglio, come dici tu, accordarsi su alcune regole precise ed essere totalmente liberi nello spazio che esse circoscrivono? La società viene a volte vista come un'entità mostruosa, nemica... ma non si può evitarla, perchè per esempio la famiglia stessa, nel suo piccolo, è una "società". Nel momento in cui si interagisce con "altro" (un uomo, un animale, l'ambiente...) si devono inevitabilmente stabilire delle regole che appunto regolino la convivenza. Non c'è via d'uscita.
E' poi così terribile osservare una regola? Alcune indubbiamente sì, poiché esse non vengono fatte su misura per ogni individuo, ma devono essere seguite indiscriminatamente. Tuttavia perchè risulta così difficile seguire anche quelle basilari per una civile convivenza? Quelle che potremmo definire "disciplinari". Se viene detto che le lezioni iniziano alle 8.00 del mattino, per quale motivo ci sono persone che regolarmente entrano in classe alle 8.15, pur abitando magari a cinque minuti da scuola? Se ci sono effettivi e ricorrenti problemi, quali ad esempio l'abitare lontano da scuola ed avere una scarsa disponibilità di mezzi pubblici, c'è la possibilità di ottenere un regolare permesso di entrata in ritardo. Ma per quale motivo certe persone si sentono in dovere di entrare regolarmente in ritardo, anche abitando di fianco alla scuola, mancando di rispetto a chi, pur abitando lontano, si alza presto ogni mattina per arrivare puntuale, studenti o insegnanti che siano? E perché, in linea generale, ciò viene permesso?
Probabilmente la risposta l'hai già data tu in un'altra conversazione: pigrizia.
Siamo pigri. Studenti, professori, impiegati, bidelli, segretari...
Personalmente ho notato che c'è un solo modo per combattere la pigrizia, qualora manchi il carattere individuale per farlo: imporre qualcosa, poiché la vera pigrizia colpisce l'individuo anche nelle attività che potrebbero interessarlo, infatti la pigrizia non è un atteggiamento che nasce dalla noia. Ti riporto un esempio personale. Alle elementari non ero una gran lettrice: leggevo di tanto in tanto per la scuola, ma poco e malvolentieri. Arrivata alle medie, la mia prof di lettere ci impose un compito, o potremmo anche definirla una regola: ogni due mesi (o forse era ogni mese?) avremmo dovuto relazionare un libro, qualsiasi libro a nostra scelta, davanti a tutta la classe e sulla relazione saremmo stati valutati. La cosa ovviamente non mi andava a genio, perchè pur amando la sua materia non ero una grande lettrice: preferivo scrivere, piuttosto che leggere. Inoltre sono sempre stata troppo timida per parlare in pubblico. Tuttavia il compito andava svolto, quindi iniziai a leggere e a relazionare i libri che sceglievo. Fu un successo. Infatti la scadenza regolare trasformò la lettura in un vera e propria attività quotidiana e diventai presto una divoratrice di libri: avevo infatti la libertà di leggere qualsiasi libro desiderassi, l'unico obbligo era appunto quello di leggere... un buon compromesso. Anche con il relazionare davanti alla classe imparai a convivere, infatti ero diventata sempre così entusiasta di scoprire e leggere libri che mi appassionavano, da portarmi a presentarne anche più di uno in una sola relazione. Inoltre le relazioni dei miei compagni mi offrivano l'occasione di conoscere altri libri interessanti, oppure di individuare i generi o gli autori che preferivo e quelli che invece non amavo. Ovviamente questa "regola" non ebbe su tutti lo stesso effetto che ebbe su di me, però ci furono diverse persone entusiaste e quasi tutti rispettavamo le scadenze. Ancora oggi lo reputo un esempio educativo di valore e che può dare visibilmente i suoi frutti. Personalmente lo definirei una "libera imposizione" in grado di sconfiggere efficacemente la mia pigrizia verso la lettura. Libera, perchè potevamo leggere ciò che desideravamo. Imposizione, perchè c'erano delle regole base che ci orientassero: scadenza dei due mesi, obbligo di relazionare un libro. Se fosse stata una libera proposta, un libero invito, non avrebbe funzionato, perchè per pigrizia quasi nessuno si sarebbe presentato a relazionare, o comunque sarebbe durata poco, non certo per un paio d'anni. Inoltre non avvicinava soltanto noi ragazzi alla letteratura, ma ci spingeva a muoverci in prima persona, per cercare e scegliere i libri, e con la scadenza ferrea ci forniva una buona disciplina, che in genere manca moltissimo.
Sicuramente un giovane non ama le imposizioni, ma obbligarlo (oppure obbligarsi) a fare qualcosa è l'unico modo per uscire dal circolo vizioso della pigrizia. "Non rimandare a domani quello che potresti fare oggi" è l'unica soluzione, poichè se rimandi una volta, lo farai sempre più probabilmente anche il giorno successivo, e così via.
Sarà dura le prime volte, ma una volta rotto il ghiaccio sarà tutto in discesa, o almeno pari: nessuna salita paragonabile al primo scoglio. Io ho imparato a fare lo stesso quando studio. Mi obbligo ad aprire il libro da studiare la prima volta, e spesso sembra davvero di fare violenza su se stessi!, costringendomi a studiare un poco, anche solo un paio pagine, ma almeno quelle farle. In questo modo riesco a prendere pian piano il ritmo e tutti i giorni finisco con l'aumentare le pagine da studiare, perchè diventa sempre più facile e meno penoso affrontarle, diventa un'abitudine, come lo è alzarsi al mattina, mangiare, controllare la posta... E una volta preso il ritmo, è maggiore la possibilità di interessarsi a ciò che si studia, poiché è meno faticoso farlo.

Riprendendo l'esempio di "libera imposizione" da parte della prof delle medie, mi viene da sostenere che una buona politica (posso definirla così?) in ambito educativo sia quella del bastone e della carota, quella del compromesso coerente, cioè essere inflessibili su certe cose e rimanere tali riguardo ad esse (per esempio riguardo alla scadenza della relazione), ma essere più permissivi riguardo ad altre, e sempre solo riguardo a queste (per esempio appunto dare libertà nella scelta del libro). Un compromesso incoerente, cioè dando e pretendendo senza nessun criterio, ma puramente a sentimento, sarebbe invece profondamente diseducativo. O almeno questo è ciò che penso ora, prima di sentire eventuali critiche o osservazioni a riguardo, che sarei ben lieta di leggere.

ritratto di Atoshi

Quando parlavo di regole mi riferivo appunto a semplici spunti di questo tipo (carota e bastone per usare le tue parole). Non mi ritrovo infatti in una certa interpretazione totalizzante del nichilismo che tende a delegittimare con troppa fretta e faciloneria qualsiasi codice, come un apparato ingiustificato ed ingiustificabile. Questo atteggiamento nei giovani è infatti spesso frutto di pigrizia spicciola, anticamera di un'apatia che forse più che esistenziale è probabilmente solo un naufragio nel banale, ed è a tutti gli effetti un lasciarsi irretire da chi poi fa di questa apatia un lucroso affare economico. Si fatica a studiare, si fatica a lavorare, si fatica ad essere puntuali, si fatica a rispettare il codice della strada, si fatica ad amare, si fatica a non stordirsi ogni fine settimana.... Simmetricamente negli adulti questo stesso atteggiamento mi pare semplicemente irresponsabile, da "cattivo maestro" e quindi a maggior ragione nocivo, pericoloso e distruttivo. Detta altrimenti lo sforzo di un insegnante oggi, anche se donchisciottesco, deve essere volto a strutturare i ragazzi. In assenza di una struttura, anche fittizia e temporanea (ora non sei più costretta a leggere un libro ogni due mesi), l'essere umano è in balia di un subdolo controllo della propria mente, e finisce per annegare in una marea sporca di desideri precotti, di demoni prodotti ad arte, per incatenarci all'illusione di non avere regole. Unica regola, o meglio unico cappio strisciante, resta l'imposizione a consumare merci fino al rimbecillimento o addirittura fino a creparne. Esagero? Sia chiaro non mi richiamo qui a facili moralismi da congrega episcopale, inevitabilmente ipocriti e straconsunti, ma ad un agire sincero, un agire che si spende (fatica, scava, cerca) e fa dell'errore un tesoro prezioso se non necessario. Non è qui un terreno fertile per la scuola? L'insegnante non deve appunto cercare di dar fuoco a queste polveri? Adolescenti così ne ho per le mani, e mi pare che anche qui ce ne siano, ragion per cui quando li dipingono come una massa omogenea di coglioni tendo ad innervosirmi ed a chiedermi come mai questo accada.... Se si crea un'adeguata "trappola" intellettual-emotiva si pescherà sempre qualche adolescente affamato che si è sporto oltre il limite dell'indifferenza.

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