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Boom di ritardi sulla tabella di marcia

In riferimento a questo articolo di Salvo Intravaia
Bocciati, pluribocciati e pause di riflessione: secondo le percentuali (anni 2006/2007) fornite dal ministero della Pubblica istruzione, nelle scuole italiane sono più di 400 mila i ragazzi in ritardo di un anno rispetto ai coetanei e più di 250 mila quelli in ritardo di almeno due anni. Negli istituti professionali, in particolare, la percentuale di ripetenti di 2 o più anni è del 20 per cento, circa, in tutte le classi. Inoltre, 22 mila ragazzi tra i 15 e i 17 anni si fermano già alla scuola media.
Questi 650 mila ragazzi costano, in un triennio, 8 miliardi di euro, i quali potrebbero invece essere utilizzati per migliorare il sistema scolastico.
Per quale motivo, mi chiedo, è così alta la percentuale di studenti rimandati?
Uno dei motivi alla base dell’impreparazione degli studenti potrebbe essere la vastità del programma di studio. Secondo quale criterio vengono selezionati gli argomenti? Secondo quello dell’abbondanza. Ma prediligere la quantità alla qualità di apprendimento non lascia spazio e tempo alla riflessione, al pensiero e all’appropriazione degli argomenti. Non solo gli studenti sono costretti ad acquisire input in maniera meccanica, finendo con il rimuovere le informazioni subito dopo l’esame o raggiungendo una conoscenza puramente enciclopedica, ma gli stessi professori si trovano a dover “correre per finire il programma”, senza avere il tempo di far comprendere e assimilare la lezione agli allievi. La priorità imposta dal sistema scolastico attuale è appunto quella di terminare il programma: chi è rimasto al passo e chi invece non ce l’ha fatta lo si vedrà alla fine, quando sarà ormai tardi e giungerà inevitabile la bocciatura.
Ma che cosa significa, dunque, “bocciare” e secondo quali criteri ciò avviene?
Immagino, ma è una mia personale ipotesi, che la scuola non miri tanto a individuare e a selezionare gli studenti che hanno effettivamente raggiunto un livello sufficiente di competenze, quanto a garantire a tutti gli alunni il successo formativo. Vista in questo senso, la bocciatura non è una punizione. E’ piuttosto una “seconda possibilità” per rimettersi in pari, perchè non si limita a separare chi sa da chi non sa, ma mira invece ad individuare i motivi per cui il determinato allievo non ha raggiunto le competenze base, per poi lavorarci sopra. O almeno questo è quello che a mio parere dovrebbe avvenire.
La bocciatura è a volte accompagnata anche dall’abbandono, definitivo o momentaneo, degli studi... Che cosa lega, tuttavia, bocciatura e abbandono?
Sempre a mio parere, il legame delle due cose risiede nella reazione più diffusa dello studente di fronte alla bocciatura o al rischio di quest’ultima: “oddio, mi tocca stare qui un anno di più!”. Che cosa significa questa frase? Significa vedere e vivere la vita scolastica come qualcosa di terribile e mostruoso, un’imposizione che grava sul collo dei ragazzi come una ghigliottina o un cappio soffocante. Questa visione non consente allo studente di godere serenamente dell’esperienza scolastica, nè di intendere un’eventuale bocciatura come una seconla scuola dovrebbe essere intesa come diritto, ancora prima che come dovere. Vivendo la scuola come un personale diritto all’educazione e alla formazione, di conseguenza la bocciatura stessa verrebbe vista come seconda chance nata dalla fiducia del docente nell’allievo: “Riproviamoci, so che possiamo farcela questa volta”.
Ma da dove nasce questo mal-di-scuola, questo malessere scolastico?
« Neppure quell'altro avvertimento è fuori luogo: ossia che le qualità naturali dei ragazzi talvolta si deprimono per l'eccessiva severità del castigo; infatti essi perdono la fiducia e soffrono e finiscono per provare odio, e, cosa che è sommamente dannosa, mentre hanno paura di tutto, non osano far nulla. [...] Dunque soprattutto quando castiga il maestro dev'essere ben disposto, perché i correttivi, che altrimenti risultano duri per natura, siano mitigati con mano leggera: egli deve lodare alcuni risultati, sopportarne altri, anche correggerne alcuni, dopo avere reso conto del motivo per cui ciò viene fatto, e abbellire un periodo aggiungendovi qualcosa di suo».
(Quintiliano)
Un ragazzo ha bisogno di sentire fiducia, necessita che gli vengano indicati i parametri per poter osare e quindi sapere di poterlo fare, ma soprattutto ha bisogno di capire le motivazioni dietro ogni giudizio a cui viene sottoposto, per potersi difendere o per poter imparare dai propri errori. Il voto è solo un numero: sono le motivazioni che ci stanno dietro ad avere valore. Allo stesso modo, se la ragione di una bocciatura viene veramente compresa, allora può essere anche vissuta in maniera costruttiva e il vero problema in Italia, invece, è che sempre più spesso ad una prima bocciatura ne segue un’altra: non è stata colta la seconda chance. La bocciatura, così come la promozione, non può essere solo una questione di media se dietro quei numeri non c’è nulla: nessuna motivazione, nessun valore. E sempre più facilmente si giungerà alla bocciatura, finché non verrà trasmesso un valore anche dietro agli argomenti delle lezioni: sono argomenti da studiare per un motivo che non può essere ridotto semplicemente ad un “perchè sono nel programma”.
Gli studenti vengono bocciati, perchè non capiscono per quale motivo debbano studiare un programma infinito di argomenti che spesso risultano a loro alieni. Gli studenti abbandonano, perchè non c’è motivo di continuare, non viene fatto loro vedere.
Prima ancora di un sistema scolastico più facile o, al contrario, più severo ed esigente, c’è un forte bisogno di motivazioni: dietro agli argomenti e alle lezioni, così come dietro ai giudizi, ai voti.
Si rimprovera sempre un ragazzo perchè non è motivato a studiare o un professore perchè non è motivato a spiegare... ma come si può essere motivati se non ti vengono fornite delle motivazioni? Per studiare, così come per insegnare, quella chilometrica lista di argomenti, altrimenti definita “programma scolastico”.
*Alcune precisazioni:
- non ho mai insegnato, quindi affronto il tema con la sola esperienza di studentessa (osservazioni, critiche e chiarimenti, soprattutto da parte di chi insegna, sono ben accetti, anzi confido in essi!);
- ho generalizzato molto in alcuni punti, ma sono da tenere conto le dovute eccezioni, per esempio studenti che vengono bocciati perché non gliene importa assolutamente nulla di studiare e punto, a prescindere da programmi motivati o no.
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Ciao, non posso che concordare con la tua analisi, soprattutto con quanto dici riguardo la mancanza di motivazioni. Da "addetta ai lavori" vorrei aggiungere solo un paio di considerazioni su un fenomeno secondo me sottovalutato riguardo le bocciature, ovvero il fatto che spesso i ragazzi non scelgono il corso di studi più adatto a loro. A volte sono i genitori che si impongono, pretendendo che il ragazzo faccia per forza un liceo; questo è un fenomeno frequentissimo, che crea ogni anno migliaia di frustrati, i quali spesso passano attraverso lo scoglio della bocciatura mentre potrebbero essere ottimi studenti in un altro istituto. Si convocano i genitori e ci si sente dire frasi del genere: "Ma come, va male?! In casa abbiamo fatto tutti lo scientifico e anche lui lo DEVE fare!". Oppure: "Non mi interessa se dovrà studiare come un pazzo e prendere lezioni per cinque anni, preferisco un 6 al liceo piuttosto che un 8 al tecnico". E ancora: "Non è possibile che vada male, è solo che non studia, ma se volesse sarebbe il migliore...". Queste frasi non sono di fantasia, me le hanno dette di recente alcuni genitori cui era stato consigliato di far cambiare scuola al proprio figlio. Alla fine della terza media i professori danno alcune indicazioni circa la scelta della scuola superiore, ma frequentemente vengono disattese. Capita che anche i ragazzi sbaglino in buona fede, magari uno a 14 anni non ha ancora le idee chiare sui propri interessi, e piuttosto che affrontare un cambiamento a percorso iniziato preferisce "tirare avanti". Poi un'altra considerazione: come ha già fatto notare anche il collega Atoshi, i ragazzi oggi spesso rifuggono da ogni forma di fatica. Se le cose vengono al primo colpo ok, altrimenti "gliela danno su". L'idea di dover faticare sui libri a volte pare quasi un'eresia... certo sono considerazioni minori rispetto a quanto hai detto tu, ma non da sottovalutare, a mio parere. Ciao