Ore oscure

Pensate ad un paese in cui le libertà basilari sancite dalla Costituzione si stanno diluendo in una marea grigia, d'un grigio sempre più scuro, ormai prossimo alla tenebra. Un luogo dove l'interesse di poche, anzi pochissime, oligarchie sovrasta l'interesse dei cittadini e dove l'ambiente è letteralmente stuprato per "lavare" i soldi della criminalità organizzata attraverso l'edilizia e le infrastrutture: non si costruisce più da decenni per dare un tetto, ma per operare finanziariamente. Le citta perdono abitanti e mai come nell'ultimo quinquennio sono infangate da una marea di cemento. Un paese che non vuole e non deve sfruttare le forme d'energia rinnovabili o il traffico su rotaia e via mare e con il più grande numero di autovetture in rapporto agli abitanti fra gli stati dell'Unione Europea, e lo stesso dicasi per i cellulari. Un paese dove intere regioni sono controllate dal crimine, dalle strade di periferia fino ai palazzi del governo e dove i reati finanziari sono all'ordine del giorno, spesso ai danni di comuni cittadini. Una terra dove la dottrina ha ridotto a mera ipocrisia catodica qualsiasi spunto per un'etica politica, rivolgendo ai giovani solo stucchevoli ammonimenti, buoni per la facciata inutili nella sostanza. Per chiudere, una nazione in cui l’analfabetismo si allarga come una chiazza maleodorante e dove la legalità sembra una malattia da evitare con ogni mezzo. In questa Italia, dove i suddetti virus sono ormai endemici, quale scuola può mai crescere e svilupparsi, se non una scuola a misura ed immagine di tanta desolazione? Credo che i primi dialoghi abbiano chiarito la complessità del problema difficilmente circoscrivibile ai soli insegnanti e alle loro ormai evidenti manchevolezze. Studenti e genitori sono quindi a tutti gli effetti strutture portanti dello stesso edificio: mancando anche solo uno dei tre pilastri la baracca inesorabilmente crolla. Mi pare che su questo punto ci sia una larga convergenza. Allora cosa può contrastare l'inarrestabile discesa agli inferi? Quel precipizio per intendeci in cui una dodicenne si fotografa nuda nelle latrine della scuola e vende le foto per comprarsi abiti griffati. Cosa racconta la punta di questo iceberg? Nasce da un intorno di non senso o di senso deviato? I giovanissimi percepiscono l'assenza di fondamento o scambiano fischi per fiaschi e si fondano sul culto delle merci? Come, a partire dall'aula, si possono attivare delle azioni di contrasto e consapevolezza? Il “teatro” dell’educazione può essere ancora la scuola o da anni ha effettivamente perso questa centralità? Quanto si intersecano (se si intersecano) in uno sforzo educativo, una prospettiva di crescita “politica” ed una via di crescita “individuale”? Non è la tenebra una condizione ottimale per scorgere anche un debolissimo bagliore luminoso? Possiamo lanciare qui l'idea di costruire un decalogo per un'azione rinnovatrice? Un manifesto?
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Ciao Atoshi, che dire.. il quadro che ci proponi è complesso e realistico, indubbiamente la nostra società va incontro a problemi enormi, a giochi di potere di un livello quasi esagerato. Possiamo dire che in realtà è proprio la politica mondiale a dirigersi verso interessi economici a scapito dell'uomo! Ma, per rendere fruttuoso questo dialogo, dobbiamo partire da noi e da quello che effettivamente possiamo fare,partire dal nostro piccolo, per migliorare una realtà degenerata.
Ho imparato a capire l'importanza della scuola in quanto istituzione che ha il compito di educare e formare i futuri cittadini e di crescerli consapevoli della realtà in cui vivono da pochi anni, e ora io mi chiedo e ti chiedo come secondo te sia possibile creare i presupposti per un cambiamento, un miglioramento. Partiamo dal presupposto che ciascun ragazzo è diverso, pertanto proporre uno standard generale al quali tutti devono necessariamente arrivare è la cosa più sbagliata di tutti!.. Ma detto questo.. come, secondo te, è possibile creare i presupposti per un'educazione non collettivizzata, ma che rispetti le esigenze del singolo? Secondo me, vista la realtà, bisogna cominciare proprio da qui, da come i ragazzi vengono educati!Solo cominciando dalla scuola possiamo creare i presupposti per una sensibilizzazione maggiore ai problemi che coinvolgono un'intera nazione!
E soprattutto, noi, in quanto Sicofanti, in quanto ragazzi sensibili al problema, come possiamo fare per dare il via a un cambiamento? Quali iniziative potrebbero aiutarci? Noi ce lo stiamo chiedendo! E ora lo chiedo anche a te
Grazie in ogni caso, per aver messo in luce il problema!
Ciao Benedetta. Sì forse la scuola è ancora un luogo, anche se insisto a farne luogo fra i luoghi, insieme alla casa dove alberga un qualche tipo di famiglia, ed al sociale dove i giovani attingono modelli e dettami culturali. Fra di loro i tre interagiscono pesantemente, quasi inestricabilmente. Se penso ad un manifesto, ad uno scritto graffiante, un'apologia, una provocazione, partirei dalla parola dedizione e passerei poi alla fatica. Prendi un Maestro e mettiamo che abbia qualcosa da insegnarti, per assurdo a fare talee di gerani. Ma se non osservi e ascolti con dedizione protratta nel tempo i gesti e le parole, i discorsi sul terriccio ed intorno ai punti in cui recidere la pianta madre, imparerai mai? Se non fatichi di sbaglio in sbaglio arriverai forse ad uno straccio di conoscenza? L'educazione credo sia un incontro prolungato o se preferisci una relazione, e va abbandonata l'idea di figurarsi come bottiglie vuote dentro a cui si rovescia agevolmente la conoscenza di bravi professori o l'incoscienza dei cattivi: la bottiglia deve essere senza tappo per accogliere l'opportuno ed ermeticamente chiusa in caso contrario. Se questo non accade tutto è inutile. Prima di rimeditare meglio le tue parole, concludo utilizzando il termine intraprendenza, come spirito attivo indispensabile a creare un incontro fertile. Tre ingredienti che latitano: dedizione, fatica, intraprendenza. Si può partire da qui come docenti e studenti? Perché farlo? Perché apprendere una briciola di qualsiasi cosa?
Non lo so Atoshi, perchè, sebbene io riconosca questi tre ingredienti come fondamentali e centrali per istaurare un rapporto maestro-allievo, è molto difficile riscontrarli in un ragazzo e anche in un adulto. Non so ancora dirti se si tratta di doti innate di uno studente( o di un insegnante, si intende) o se è qualcosa a cui la società può educarci. Penso che siano entrambe le cose a determinare un buon studente: ci deve essere una predisposizione per la dedizione, la fatica, e l'intraprendenza, certo, ma allo stesso tempo la scuola, la famiglia, la società, possono educarci ad essere costanti, attenti, anche ripetitivi, finchè non si ottiene ciò cui si vuole arrivare. Come in tutte le cose, detto questo, vi sarà chi riuscirà meglio, chi riuscirà peggio, o chi non vi riuscirà affatto. Non si può prescindere dal singolo. Ma la direzione, può e sarebbe meglio che cambiasse. Detto questo è necessaria una motivazione, un qualcosa, proprio come dici tu, che spinga il ragazzo ad apprendere, ad educarsi, a mettersi in gioco. La scuola deve parlarci di noi, deve insegnarci a rapportarci in maniera consapevole con la vita in ogni suo singolo momento, anche quello tragico. Ma qui si instaura un nuovo problema: come invertire la direzione? Come si può fare in modo che l'attenzione venga spostata da un sapere di natura nozionistico(pertanto oggettivo) ad un sapere che ci possa spiegare come far sì che la letteratura, l'arte, la matematica, parlino di noi? Manca la centralità dell'uomo in tutto questo. La scuola, dovrebbe provvedere a sanare questo incolmabile buco che si sta creando sempre di più, e può farlo grazie all'aiuto di insegnanti come te, Roberta, e tanti altri, e grazie ad alunni che si rapportino con i loro coetanei. Questo è quello che dovremmo, lentamente, gradualmente, magari non ne vedremo mai gli effetti, iniziare a fare. Come? Partendo dal problema e dal dialogo sul problema. E' importante lavorare tutti insieme, di questo ne sono sicura