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I nostri figli

Luca ha cinque anni.
E’ un bambino molto intelligente.
Ma è ormai chiuso nel suo mondo.
I suoi occhi guardano sempre lontano, a quella realtà che vorrebbe vivere ma che, ha purtroppo capito, i suoi occhi vedranno sempre come un sogno.
Parla da solo, sottovoce, perché nessuno ascolti i suoi segreti e, son certa, per non disturbare.
Lui ha sempre paura di disturbare.
Se ne sta da parte, in un angolo e, quando non può fare a meno di stare con gli altri bambini, assume una posizione quasi fetale se sta in terra; se è in piedi abbassa il capo, incrocia le braccia e si stringe in un abbraccio a se stesso.
Si protegge ma vuole anche evitare di dare fastidio agli altri con la sua presenza fisica…
E’ figlio di due medici facoltosi e molto noti.
La mattina, al risveglio, i suoi sono già andati via.
Ma c’è la tata, rigorosamente straniera (che non fa troppe domande - dopo sei anni di permanenza in Italia non conosce che una decina di vocaboli -, non pretende troppo, è ligia ai regolamenti); lo veste, gli prepara la colazione, lo porta a scuola.
Alle 16.30 lo riprende e lo porta al parco, se c’è il sole, poi a casa.
Quindi gli prepara la cena, lo mette a letto e attende l’arrivo dei signori.
Ogni quindici giorni la tata sta con Luca anche il sabato e la domenica perché papà e mamma, con un lavoro così impegnativo, non trovano tempo per stare un po’ insieme.
Quindi partono il venerdì sera e tornano la domenica sera.
Ma sempre senza il bambino.
«La coppia ha bisogno anche di ritrovare ogni tanto una ‘serena intimità’ (cito le parole della mamma), altrimenti si finisce per non riconoscersi più. E poi la tata è proprio una brava ragazza, affidabile. Ormai è quasi come una seconda mamma!».
Benedetta ha sei anni.
I genitori sono separati.
Vive con la mamma ma il papà è molto presente nella sua vita.
La fa viaggiare, le compra i vestiti più graziosi, va a prenderla a scuola.
«Papà oggi mi ha fatto conoscere la sua terza fidanzata! E’ molto bella, più della mamma perché è giovane e mi fa tanto divertire. Speriamo che papà non la manda subito via come ha fatto con le altre!»
Giacomo e Ilaria hanno sei anni.
Sono figli di due coppie di amici.
Vanno in vacanza insieme da anni.
«Lo sai maestra che io e Ilaria quando andiamo a casa al mare ci chiudiamo in bagno e ci baciamo come fanno mio padre e la sua mamma quando ci portano in spiaggia? Anche loro due si baciano di nascosto. Ma noi li abbiamo visti!».
Luigi, tre anni:
«Maestra, perché oggi non vieni a casa mia? Io la mia baby-sitter non la voglio. Lei sta sempre al telefono o davanti alla TV e non gioca mai con me. Neanche la mia mamma che pensa solo a lavorare!».
Matteo ha dieci anni e parla di sesso come un adulto.
Ne parla sempre, quasi fosse un’ossessione.
«Mio padre e mia madre mi fanno vedere i film porno quando li guardano pure loro. E mio padre mi spiega tutto perché così non divento un frocio come quelli che girano in televisione».
Elena ha quattro anni.
In aprile, all’improvviso, ha incominciato a balbettare.
E’ peggiorata velocemente ed oggi la sua balbuzie è grave.
Il padre ha lasciato lei e la madre dicendo che si trasferiva dalla sua nuova compagna e dopo quindici giorni ha presentato alla bambina il «fratellino», un bimbo di due anni che questa donna ha avuto da una relazione precedente.
Elena non vuole più parlare con il padre e ha deciso di rimanere per sempre una bambina perché «i grandi sono troppo cattivi!».
Marco, sei anni:
«Mi piace mangiare alla mensa della scuola perché ci sono tante cose buone. Mia madre ci dà sempre pizza o panini perché non ha tempo di cucinare. Per questo litiga con mio padre».
Elisa è esile come un ramoscello.
Ha cinque anni e non vuole più mangiare.
Vomita spesso, specialmente se sa che la mamma verrà a prenderla a scuola.
Qualche giorno fa all’uscita c’ero anch’io.
E’ arrivata la mamma.
Elisa è identica a lei.
Persino lo stesso strano colore di capelli rosso rame.
Ma la mamma ha quasi quarant’anni.
Vestono allo stesso modo: stesso jeans e stessa maglietta Benetton, stesse scarpe Geox e persino stessa pettinatura (treccine fermate con elastici rosa).
La mamma mi chiede se la bambina è brava, se è ordinata, se segue, se ha una buona sensibilità musicale, se è educata, se ha pianto perché «sa, lei è proprio una piagnucolona, non sa mai quello che vuole. Vede? Noi le diamo tutto, tutto; anche più di quello di cui ha bisogno. Io cerco di venirle incontro perché mica voglio fare la madre autoritaria e distaccata! Vorrei abituarla a parlare con me, vorrei essere prima di tutto come un’amica per lei. Ma niente! Questa proprio non ne vuole sapere! Quando fa così, poi, la prenderei e la sbatterei al muro!» (!!!)
Anna, undici anni: «Maestra, lo sai che questo fine settimana mio padre mi ha festeggiato il compleanno all’estero? Siamo stati in un grande albergo con tanti invitati e anche se non parlavano la mia lingua io mi sono divertita lo stesso. Ho ricevuto un sacco di regali preziosi. E poi ho potuto portare con me due amichette del cuore che vengono a scuola nella mia classe. Non volevo più tornare in Italia!».
La mamma di Tommaso:
«Noi siamo proprio attenti alle necessità del bambino. Del resto la scelta di averlo è stata consapevole, per cui non possiamo sbagliare. Averlo era una tappa obbligata nel nostro progetto della vita. Io e il padre ci siamo conosciuti all’università e da allora abbiamo programmato tutto: ci siamo laureati quasi contemporaneamente, abbiamo trovato un lavoro e, grazie a Dio, fatto carriera; abbiamo anche una bella casa grande, nostra. A quarant’anni un figlio era quello che mancava. Possiamo dire di aver avuto tutto!».
Giorgia ha quindici anni.
Frequenta il liceo classico.
Ha studiato pianoforte perché il padre lo desiderava tanto.
Hanno origini nobili perciò lei deve frequentare solo certe persone e certi luoghi.
A scuola non può familiarizzare troppo con figli di impiegati o che vengano da famiglie con un reddito troppo basso.
Ha dovuto lottare per poter frequentare una scuola pubblica dopo anni di istituti privati.
Lei è iscritta al circolo del golf e alla scuola di equitazione.
Studia privatamente due lingue e già sa che da grande farà il notaio.
E’ innamorata di un ragazzo figlio di un dipendente e di una casalinga.
Ma i suoi non lo sanno perché il padre le farebbe subito cambiare scuola.
L’idea di deluderli la sta consumando.
Ha incominciato ad avere problemi con il cibo…
Giacomo, sedici anni: «Io mio padre e mia madre certe volte li odio. Fanno tanto i perfetti cristiani, vanno in Chiesa, insegnano il Catechismo ma di me non glie ne frega proprio niente. Mi dicono che devo fare il bravo, come se fossi un bambino, che devo rigare diritto, che devo stare attento alla droga, agli amici e poi mi lasciano sempre da solo. E non li sopporto perché si sono fatti tutti questi figli. Non mi hanno mai chiesto se io li volevo tutti questi fratelli. Tanto a loro che glie ne frega? Poi li rifilano a me o alla tata. E quando abbiamo bisogno di loro non ci sono mai! Io tutti questi fratelli non li volevo. Volevo stare da solo, io. Così quando avevo un problema potevo almeno avere la speranza di farmi ascoltare. Invece i più piccoli hanno sempre la precedenza. Sono fortunato se ancora non sono andato a drogarmi. E comunque se ho la testa sulle spalle come vogliono non è certo merito loro!».
Sul treno, discorso tra due adolescenti:
«Domani devo andare a trovare quel rincoglionito di mio nonno. Due palle!».
«E non ci andare!».
«E chi lo sente mio padre! Ma poi alla fine è meglio perché gli dico quattro cazzate e prima di andarmene mi allunga dieci, venti euro. Sto’ stronzo! Cinquanta non me li sgancia mai!».
«Magari non ce l’ha».
«Magari schioppasse! Così mio padre si prende finalmente i soldi e la casa, che dice che non vede l’ora. Così ci sistemiamo una volta per tutte!».
«Mio nonno invece è un figo da paura. Quando vado a casa sua c’abbiamo un rito: ci chiudiamo nello studio e ci facciamo una canna. Tanto a nonna non glie ne frega niente. L’importante è che gli apriamo le finestre».
«E tuo padre lo sa?».
«Mio padre? Quello stronzo pensa solo a fare i soldi! Ci vado da solo, ci vado. Certe volte mi chiama lui. Una volta m’ha portato pure da un’amica sua che secondo me fa la zoccola a casa e ci siamo divertiti in tre!».
«E’ una bufala, ma dai!».
«Ma che bufala! Se vuoi glie lo dico e un giorno ci torniamo insieme. Sai che figata! Ti fai un tiro e ti passa pure la vergogna!».
«E dai allora! Così ci divertiamo!».
Laura, quindici anni: «Io da grande non voglio sposarmi e non voglio avere figli. Sennò poi faccio tutti gli errori che i miei hanno fatto con me e neanche mi chiedono mai scusa. Siccome si soffre troppo a non essere capiti preferisco non far nascere nessuno!».
Treno Viterbo-Roma.
Due ragazze salgono, entrano in bagno, si cambiano, si truccano in modo molto appariscente e vanno a scuola.
Al ritorno, sempre in treno, si struccano e si cambiano nuovamente.
Fanno questo ogni mattina.
Sabato, Piazza del Popolo, incrocio con via del Corso.
Una trentina di ragazzi, nuovi dark, bivaccano sulle scale delle Chiese gemelle.
Qualcuno non arriva a diciotto anni.
Ma tutti hanno in mano una bottiglia di birra.
C’è già chi è ubriaco.
E molti fumano spinelli con disinvoltura.
Sono solo le tre del pomeriggio.
*********
Caro Direttore,
questi sono solo alcuni dei mondi che ogni giorno si fondono con il mio e che spesso mi chiedono di essere conosciuti, conquistati, a volte salvati.
Ma essere insegnanti non significa avere sempre i mezzi necessari per entrare in questi piccoli -grandi universi.
Lo sa che i ragazzi reputano quasi sempre i genitori responsabili dei loro problemi?
Spesso è vero: la causa del malessere dei giovani è da ricercare proprio nella famiglia.
Ma non è certo l’unica.
Personalmente credo sia il mondo degli adulti ad aver fallito: famiglia, scuola, lavoro, amicizia, religione, politica.
Quella nota giaculatoria che piace tanto a certa gente «Ma dove siamo arrivati?» trova la sua risposta tornando indietro di venti anni.
Già negli anni ottanta si era così vicini al fondo.
Già allora qualcosa era cambiato profondamente: il modo di interpretare la parola libertà.
Io me lo ricordo.
E lo ricordo bene perché mio padre lottò con tutte le sue forze per non lasciarsi sedurre da tutte quelle novità.
Soprattutto lottò per difendere la sua famiglia.
Negli anni ottanta bisognava essere «moderni» a tutti i costi o esclusi da tutto.
Moderno era chi si poteva vantare d’essere libero da ogni regola.
L’unica catena doveva essere quel posto fisso a cui tutti aspiravano perché una volta sistemato
«ti intaschi lo stipendio e non hai pensieri».
Moderno era chi poteva dire «faccio quello che mi pare».
Sono trascorsi più di venti anni durante i quali s’è fatto tanto per quella libertà e spesso la si è definita civiltà, emancipazione.
Ma è stato solo un misero inganno.
Oggi il mondo degli adulti vacilla e i giovani precipitano nel baratro.
L’universo mi insegna che ogni cosa occupa un posto preciso nello spazio e che tutte le forme di vita sono regolate da processi ordinati, da rapporti matematici, da logiche che tutto sorreggono nonostante il trascorrere del tempo.
Per questo credo che ognuno di noi debba occupare un posto nella società onorando quelle regole che sono alla base non solo del vivere civile ma anche del rispetto verso se stessi e verso gli altri.
Ho imparato che bisogna costruire ogni cosa sul rispetto: verso la vita, verso la morte, verso gli adulti, verso i bambini, lo Stato, le forze dell’ordine, il lavoro, le religioni, le gioie e persino i dolori.
Ma, soprattutto, bisogna rispettare la famiglia.
La famiglia in cui ognuno deve ricoprire un ruolo e dove si deve apprendere ed esercitare il rispetto.
Le famiglie dovrebbero essere l’impalcatura che sorregge la società.
Ma poggiando sulla libertà quale solidità possono garantire?
Io ho insegnato a ragazzi di tutte le età ma poi ho scelto di rimanere nella scuola materna.
E sa perché?
Perché a molti di loro già a dodici, tredici anni è difficile poter dare aiuto.
Per lo meno non nella scuola (Santoro dovrebbe insegnare per un anno in una scuola media!)
Alla materna, invece, si può ancora fare molto.
I bambini sono ancora così desiderosi di vita, di amore, di scoperte, di emozioni.
Ed è quello che io posso fare.
Abituarli a vivere anche le più piccole esperienze con sempre rinnovato stupore; abituarli ad emozionarsi davanti alle meraviglie dell’arte.
Questo è il mio lavoro: la musica, il colore, il teatro, la danza…
Questi sono i miei mezzi.
Con essi posso legarmi ai ragazzi per anni perché insieme viviamo e condividiamo la meraviglia e le emozioni.
Chiedono poco i giovani in fondo: sentirsi importanti per quello che hanno dentro (ma quello che hanno dentro va curato, custodito e nutrito da tutti coloro i quali abbiano responsabilità nei loro confronti).
Basterebbe ascoltarli ma rispettando ognuno di noi il nostro ruolo: il padre non facesse il padrone, la madre non facesse l’amica, l’educatore non facesse lo psicologo, il prete non facesse il padre, l’amico non facesse il maestro.
Basterebbe ascoltarli.
Lei parla dei giovani che vogliono apparire al grande fratello come coloro i quali cercano qualcuno che gli cambi la vita.
E’ vero!
Ma cercano soprattutto di dire qualcosa, non importa cosa, ma vogliono finalmente farsi ascoltare. Sanno che questa società li considera solo dei numeri: X disoccupati, X lavoratori, X studenti,
X bamboccioni.
Numeri nella massa.
La televisione, la moda, la pubblicità, molti personaggi noti, hanno reso le loro vite vuote, inutili. Per essere devi apparire, altrimenti che senso hai?
E se appari puoi parlare e dire la tua e finalmente tutti ti ascolteranno e, magari, quello che dirai sarà anche ritenuto importante.
Poi c’è il miraggio dei soldi facili, della bella vita, delle macchine, dei viaggi, degli abiti firmati, delle belle case e gira questo vortice portando con se la debolezza di queste giovani vite.
Non c’è alcuna cura dello spirito, nessuna esaltazione della creatura.
I giovani si ribellano a noi che li abbiamo collocati in questo mondo senza dargli i mezzi per affrontare i problemi, senza dargli le forze per non soccombere, senza insegnargli il discernimento, senza aprire i loro occhi alla luce della vita.
Oggi la gioventù è violata sotto ogni aspetto.
Basta andare nelle scuole per rendersene conto.
Questi figli non sono solo figli e basta.
Sono figli contesi, figli programmati, figli abbandonati, indesiderati, iper protetti, maltrattati, ignorati, violentati, sfruttati.
Crescono in fretta e bruciano presto e con avidità le tappe e nessuno li ferma.
C’è il baratro nelle vite di alcuni giovani anche perché, come dice lei, «nessuno vuole vederli». Significherebbe ammettere una sconfitta.
E mi rendo conto che non è facile: ci vuole coraggio, umiltà, dignità.
Per quanto mi riguarda so di avere molti limiti e sono solo un granello ma so di portare avanti una battaglia insieme a tanti altri che ogni giorno cercano di dare voce ed aiuto ai giovani.
Non ho la soluzione per colmare questi abissi ma so che devo mobilitarmi con quello che ho a disposizione, so che non devo arrendermi.
Il mondo resta meraviglioso e non va negato proprio ai giovani.
Lo splendore della vita gli appartiene e a noi è dato il compito di aprire i loro occhi alla bellezza. Specialmente alla bellezza dei loro anni e dei loro animi.
No, caro Direttore , io non farò finta di non vederli perché davanti a tanto smarrimento, a tanta solitudine, a tanta sofferenza, il mio cuore urla tutto il suo dolore.
E voglio credere che un giorno qualcosa cambierà.
Se non avessi questa speranza parlerei del futuro ai miei figli sapendo di mentire.
Ma a loro non negherò la verità!
Grazie per avermi dedicato il suo tempo.
Teresa
Fonte: http://www.effedieffe.com/content/view/3553/197/
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Talmente vero che non sembra vero..... Sarà vero?