Perchè non siamo in pace?

In questo forum ci facciamo domande sulla scuola, sull’università, sui professori, sul mondo che ci circonda.
COSA CI SPINGE A FARLO? Potremmo dire: il fatto che qualcosa non va.
Ma cosa cerchiamo quando diciamo: qualcosa non va?
Perché siamo sempre irrequieti?
Se il mondo fosse come noi lo vorremmo, allora saremmo in pace?
Quando la notte siamo a letto da soli, e al risveglio, il mondo non c’entra, eppure non sentiamo linearità. Perché?
Io non so perché, ma penso che se vogliamo domandare, criticare, dovremmo prima capire perché siamo mossi verso la critica, il mondo esterno non è una spiegazione esauriente perché anche quando siamo soli non siamo indifferenti, anzi, sopratutto quando siamo soli non siamo indifferenti, e non siamo soddisfatti.
Quindi, se al contrario dei nostri professori cerchiamo di essere adulti, dobbiamo assumerci la responsabilità della intima inquietudine che ci muove, dell'insoddisfazione che sentiamo e della quale, dobbiamo ammetterlo, non ha colpa solo il mondo esterno.
Perché non siamo in pace?
Giuni Russo si è posta la domanda, purtroppo non posso allegare la canzone, vi scrivo il testo:
Senza ragione
Sembra che pianga questa pioggia
o dolce rumore
si scioglie il mondo dietro i vetri
un grigio stupore
Io piango senza una ragione
cosa faccio qui?
Cosa non va?
senza ragione
Senza né odio né dolore piango dentro il cuore
Cosa non va senza ragione
Non c'è ragione
senza ragione
Il canto della pioggia per un cuore appeso al vuoto
ma che cos'è questo languore?
male all'anima
Cosa non va senza ragione
Senza né odio né amore piango dentro il cuore
Cosa non va senza ragione
Non c'è ragione
senza ragione
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Ciao Alex! Vedi, uno dei problemi educativi in cui siamo immersi riguarda proprio questo fatto che tu citi: nessuno (o quasi) all'interno della scuola ha il coraggio, l'intelligenza, l'intima cultura di tentare di comprendere questa irrequietezza e di entrare in sintonia con questo bisogno di spiegazione che ci porta a domandare su molte cose; per questo credo che nella scuola si insegni ormai solamente roba tecnica o storicistica, e non vi sia anche l'humus educativo sul quale fare crescere le domande che molti di noi si pongono.
Pensa, da dove è nata la filosofia? Non diceva Aristotele che nacque da un bisogno intimo, questa irrequietezza, questa meraviglia? Oppure, perché l'uomo è l'unico essere vivente (fin'ora conosciuto) che fa storia? Un leone o un cane non fanno storia, fanno sempre la stessa cosa generazione dopo generazione, invece le nostre generazioni cambiano in continuazione confrontandosi con quelle precedenti e proiettandosi nel futuro... Perché succeda tutto questo non lo so, per cercare una risposta ti direi a quel "Perché?" che si è posta anche Giuni Russo, ma non so proprio quale sarebbe quella giusta. Di lei si può leggere sul sito ufficiale: "Nella notte tra il 13 e il 14 settembre 2004 Giuni Russo si è spenta nella sua casa di Milano. Essere sepolta tra le Carmelitane Scalze è stato il suo ultimo desiderio". Io non saprei che desiderio esprimere al momento della mia morte.
Per tornare al tema - perché il forum è nato per questo - sarebbe bello che ci fossero educatori che riescano non solo a istruirci ma anche ad aiutarci a comprenderci.
Di sicuro la scuola oggi, se non ci danneggia, sortisce effetti nulli. Per questo pensiamo che bisogni ripensare la politica scolastica da domande profonde come quelle che ti poni tu. La scuola è l'unica istituzione che potrebbe tramandare un valore educativo.
Ecco, allora ti rivolgo una questione: io credo che se il mondo fosse come lo volessi ora e non mi piacesse per via di questa insoddisfazione che anche tu provi, significa che in realtà era solo un viaggio mentale; quindi credo che possiamo, in un certo senso, accontentarci solo del nostro problema sul mondo; ma come pensi che possa essere affrontato, anche a livello culturale e scolastico? Secondo te può portare dei frutti positivi?
Penso che quando diciamo: problema sul mondo, stiamo pensando: mio problema!
Noi non siamo altro dal mondo, una domanda sul mondo è una domanda su noi stessi.
Nel film "In memoria di me",
http://it.youtube.com/watch?v=oXYrZhzex-M&NR=1 (questi sono i primi minuti del film)
che tratta di persone che come noi hanno sentito la vivida spinta a capire (te lo consiglio, è di Saverio Costanzo, già disponibile in videoteca) a uno dei novizi viene chiesto: perchè cerchi? Lui risponde: perchè se io non cambio il mondo non cambia.
Sembra banale, ma non penso che lo sia. E' banale se inteso come: miglioro per migliorare il mondo. Ma penso volesse dire: il miglioramento che cerco non è nel mondo, ma è in me, in quanto io sono il mondo.
Quindi credo che se il mondo diventasse come noi vorremmo, e noi restassimo ancora interroganti sulla nostra verità, non sarebbe un viaggio restare insoddisfatti.
Anzi, sarebbe un viaggio dire: sono soddisfatto perchè qualcosa all'esterno è cambiato.
E se tu non hai capito niente, a che varrebbe un mondo migliore?
Tutto questo mi fa vedere uno spiraglio di luce: non è necessario aspettare che il mondo cambi... se cerco una soluzione, non posso che trovarla qui. Anzi, è un viaggio pensare di potersi risolvere cambiando il mondo esterno.
Io insisto: non mi accontento del problema sul mondo, perchè il problema che sento non è nel mondo, ma è me.
Non penso che la questione si possa risolvere a livello culturale o scolastico, il problema non è la cultura, il problema siamo noi stessi.
Se noi stessi non capiamo niente di noi, come possiamo permetterci di criticare il mondo? Che proposte possiamo fare?
Se diciamo: ma le proposte dovrebbero venire dai professori, che non ne hanno...., allora restiamo bambini: sapendo che il problema siamo solo noi, lo riversiamo su altri.... se vogliamo veramente prendere in mano la questione, criticare senza neanche sapere perchè non ci aiuterà.
Questa falsa cultura riversa il problema nel mondo riproponendo le logore strutture che noi aborriamo.
Ma se noi non vogliamo fare lo stesso errore non possiamo che assumere il problema su di noi, in quanto il problema non è altrove.
Pensi davvero che il mondo potrebbe risolvere la tua inquietudine? Aiutare a indirizzare forse sì, ma soluzione finale può venire dal mondo?
Potremmo morire adesso, abbiamo il tempo di aspettare che il mondo sia migliore per affrontare la nostra gettatezza?
Abbiamo bisogno di una patria accogliente che ci dica: indaga la gettatezza....?!
Penso che Andrea abbia ragione: se noi non cambiamo il mondo non cambia... perchè continuare a fingere che il problema sia del mondo?
Se nessuno ha il coraggio di affrontare l'inquietudine, perchè non lo facciamo noi?
Quello che intendeva Milo, a quanto ho capito, è che queste domande così importanti su cui tu Alex ci inviti ad interrogarci dovrebbero essere incoraggiate, o quantomeno non ostacolate, anche nell'ambiente "scuola" (perché è poi di questo ambiente che vogliamo parlare in questo forum). O meglio, l'ambiente "scuola", se anche non fosse in grado di affrontarle (poiché sono domande fondamentali ma anche molto difficili da affrontare), quantomeno dovrebbe fungere da "terra di nessuno" nell'accoglierle e lasciare che uno studente, qualora se le sia poste, possa coltivarle. Ciò che di solito accade, invece, è che lo studente che se le pone si trova improvvisamente in una terra nemica, poiché viene scoraggiato nella sua ricerca.
Oltretutto, è vero che il cambiamento deve partire da noi, ma è anche vero che spesso, se non sempre, è necessaria una guida che ci orienti verso questo cambiamento. Pensa ad un bambino, o un ragazzo, che si trova in un ambiente educativo (scuola e magari anche famiglia) in cui lo educano, appunto, a scoraggiare questo tipo di domande... cosa fa? Salvo rarissime eccezioni, di sicuro crescerà convinto che queste domande vadano scoraggiate. Ecco, se la scuola non è in grado di fungere da guida per queste domande, dovrebbe a mio parere quantomeno essere neutrale... questo penso che potrebbe farlo: se non è in grado di affrontare questo tipo di domande nate nei ragazzi, allora quantomeno non dovrebbe scoraggiarle nè ostacolarle.
E' importante che le persone si pongano queste domande, ma chiediamoci... fino a che punto è possibile che le persone se le pongano e se le coltivino se non hanno un ambiente adatto che glielo permetta? Soprattutto finché è in fase di crescita, l'individuo viene influenzato ed educato dall'ambiente che lo circonda e per quanto riguarda l'infanzia e l'adolescenza (i momenti "educativi" più importanti, in cui si forgia l'adulto di domani) questo ambiente oscilla in gran parte da quello familiare a quello scolastico... quanti danni può fare già il semplice fatto che uno di questi due ambienti non sia d'accordo, in quanto a valori, con l'altro?
Per questo non possiamo separare l'individuo e le sue domande dall'ambiente in cui esso cresce e dovrebbe coltivarle e, sempre per questo, è così importante che trattiamo, affrontiamo e cerchiamo di risolvere il problema "scuola" (esteso in realtà anche all'ambiente universitario). Io, per esempio, se non avessi avuto la fortuna di nascere in un ambiente familiare così aperto e in grado di affrontare queste domande così importanti, dubito fortemente che le avrei affrontate e coltivate, forse non me le sarei nemmeno poste: il mio percorso scolastico le ha sempre e abbondantemente scoraggiate.
Penso che TUTTO quello che dici sia incontestabile, l'ambiente circostante è fondamentale, ma non penso che questo sia in contraddizione con ciò che dicevo.
Intendevo dire che nel fare queste analisi costantemente corriamo il rischio di dimenticare che l'assunzione di responsabilità deve avvenire, e l'analisi del mondo circostante, benchè fondamentale, ci mette nel rischio di sopravalutare la componente mondo, benchè essenziale, svalutando l'altra componente essenziale: l'uomo che vive nel mondo.
Così come te, se non fossi stata aiutata non sarei MAI stata in grado di pormi certe domande. Ma dal momento che è accaduto adesso so che lo sguardo sul mondo non può che andare di pari passo con una domanda intima, tenuta viva ed espressa.
Tu dici: non possiamo separare l'indivuduo dall'ambiente circostante. Non pensavo all'attuazione di una tale separazione, ma se l'individuo non può essere tenuto separato nè prevalere sul mondo, neanche il mondo può essere tenuto separato dall'individuo.
No, infatti non intendo separare il mondo dall'individuo né viceversa. Semplicemente, lo scopo per cui è nato questo sito è quello di discutere sull'individuo in relazione all'ambiente "scuola" e sulla scuola in relazione all'individuo. L'argomento che hai proposto è importante e fondamentale, ma è importante anche ricollegarlo a ciò di cui si occupa Sicofante per non andare fuori tema. Con questo non voglio dire che queste domande fondamentali non ci riguardino (non mi permetterei mai di sostenere una cosa del genere), voglio semplicemente dire che in questo contesto, in questo specifico forum, l'argomento da te proposto va affrontato in relazione al tema del sito e cioè all'ambiente scolastico ed educativo. Penso che si possa continuare ad affrontare i temi da te proposti, soprattutto perché affrontano domande così importanti, purché vengano circoscritti all'ambiente scolastico-educativo, altrimenti andiamo sul serio fuori tema e gli scopi per cui è nato Sicofante vengono persi di vista.
Quindi non pensare che quanto ho detto prima fosse per contestarti, nè che fosse mia intenzione sopravvalutare la "componente mondo", semplicemente intendevo ricollegare le importantissime questioni che hai sollevato al tema del sito.
Per esempio, avremmo mai potuto aprire questa discussione a scuola (medie/liceo) o all'Università? Perché non è possibile coltivare queste domande proprio in quell'ambiente che dovrebbe educarci e stimolarci ad approfondire la conoscenza che abbiamo di noi stessi e del mondo? Perché questo ambiente non riesce nemmeno ad essere neutro, lasciando semplicemente piazza libera a chi desidera approfondire queste domande? Perché c'è questa "incompetenza" da parte del sistema scolastico?
Probabilmente la maggior parte delle persone che compongono questo sistema ha paura quando si trova ad affrontare queste tematiche... ho visto professori sbiancare e balbettare risposte confuse per chiudere alla svelta quella discussione che li metteva a disagio. Perchè questo disagio? Sì, sono domande che mettono a disagio, soprattutto perché non appena ti vengono poste ti trovi costretto ad affrontarle nel tuo intimo... ma se mettono così a disagio è anche perché non sappiamo rapportarci ad esse, non siamo stati educati a rapportarci ad esse. Di conseguenza tutto quel sistema "educatore" si trova sorretto e gestito da persone che, senza necessaria colpa, non sono state loro stesse educate in questo rapporto e che perciò avranno sempre, sempre, sempre paura di affrontare queste domande.
Se abbiamo deciso di interrogarci sul sistema scolastico e sulla sua efficacia (possiamo definirla così?) è proprio perché vogliamo restituirgli la sua funzione educativa, affinché uno studente, così come un professore, possa porsi e porgere queste domande così importanti, al fine di coltivarle e di continuare la ricerca nata da esse.
Hai ragione.
Ma la tua risposta è un pò "viziata" dal fatto che per te la parola: domanda, ha un denso e preciso senso. Ma non per tutti è così.
Io non sono più giovane, anche i tempi dell'università sono ormai lontani (figuriamoci il liceo...) ma ricordo bene che al liceo, e poi all'università, non stimavo affatto i professori, a un certo punto la scuola ha incominciato a diventare un sacrificio, davvero non mi insegnavano niente, la relazione era fra me e i libri e i professori mi infastidivano perchè non capivo perchè tenevano tanto a quel logoro conformismo. Ma non conoscevo un'alternativa, era in realtà un "non mi piace", punto. Ovviamente criticavo, contestavo, ma non capivo perchè. Stavo male, se ponevo domande serie (erano molto confuse, ma serie) ovviamente non venivo spinta alla chiarezza, anzi venivo guardata come un ufo, a un certo punto ero davvero confusa perchè mi chiedevo: e se il problema fossi io? Era una grande confusione.
Ma non ero in grado di dirmi: "non sono in pace perchè sento questa domanda e vorrei essere aiutata ad approfondirla", no, non ero assolutamente in grado e quindi criticare era un cieco inveire, e i tentativi di formulare una critica sensata si concretizzavano in osservazioni davvero superficiali: è da cambiare il sistema delle interrogazioni, delle spiegazioni, degli appelli, ecc....
Tu sai cosa significa domanda, ma non pensare che per tutti sia così, anzi, tutto il contrario, l'adolescenza è un terremoto di cieca inquietudine che poi diventa o inquadramento o follia.
Ecco perchè ho posto la questione su un sito che affronta i problemi della scuola: cosa VERAMENTE ci fa dire che la scuola non va? Quale bisogno è nascosto dentro la rabbia? Se questo non è chiaro nella sostanza si critica ricalcando ciò che si critica, rimanendo preda del medesimo atteggiamento di base: vaghezza e confusione.
Certo, l'indirizzamento dovrebbe venire proprio dai presunti educatori.
Ma non è così, non sono in grado, ed è da questo che bisogna partire, questa è la situazione. Per cambiarla penso quindi sia indispensabile prendere coscienza del problema che ci abita, almeno tentare, così la critica può essere davvero efficace, e, ciò che più conta, si apre la possibilità di un reale rapporto con sè, e quindi anche col mondo.
E' vero, non dovemmo essere lasciati a noi stessi in questa impresa, ma poichè le cose stanno così, partiamo cercando di capire cosa davvero ci inquieta. Se per te è chiaro, per la quasi totalità dei ragazzi non lo è, per questo ho posto la questione in questa sede.
Certo, c'è il rischio di andare fuori tema, ma questa semplice domanda: gli educatori non sono tali, cosa può significare educazione? Da dove prende le mosse una reale educazione?, non è una domanda sensata? Come affrontarla se noi stessi non sappiamo affatto cosa ci rende inquieti?
Non penso che tutti abbiano chiaro ciò che intendiamo con "domanda" in questa discussione e proprio a questo si riferiva la seconda parte del mio discorso, la volta precedente. Non riconoscere il significato della parola dato in questo discorso, significa non essere stati educati a riguardo (per quanto riguarda il suo significato e il rapporto che si può avere con esso). Comunque non era mia intenzione dare l'impressione di voler chiudere il discorso, anzi se ho voluto esplicitamente ricollegarlo al tema di cui si occupa Sicofante è stato soprattutto per tutti coloro che appunto non conoscono il significato con cui abbiamo inteso la parola "domanda", altrimenti si trovano ad affrontare un argomento che li tocca, che sentono che li riguarda, ma di cui non capiscono l'intimo legame con il tema del sito. Purtroppo non è una cosa che ci insegnano a scuola :)
gli educatori non sono tali, cosa può significare educazione? Da dove prende le mosse una reale educazione?, non è una domanda sensata? Come affrontarla se noi stessi non sappiamo affatto cosa ci rende inquieti?
E' una domanda sensatissima e abbiamo intenzione di continuare ad interrogarci a lungo a riguardo. Come ho detto, volevo solo esplicitare un collegamento tra l'argomento da te proposto all'argomento che affronta Sicofante, soprattutto perché questo sito è nato per affrontare anche (ma non solo, naturalmente) i problemi più "materiali-organizzativi" del sistema scolastico... era perciò semplicemente necessario orientare in questo specifico contesto le domande che hai proposto :)
Detto questo... ragazzi, è un punto cruciale quello proposto da Alex... cosa ne pensate? Sentite che vi riguarda? Siamo solo noi a ritenere importanti queste domande, o ci troviamo di fronte a qualcosa di più universale, per quanto anche intimamente soggettivo? Perché non se ne parla a scuola? Perché non si sa educare a riguardo? Perché è una tappa così importante?
Avete mai visto il film di Bernardo Bertolucci, "Il piccolo Buddha"? C'è una scena importante che esemplifica bene ciò a cui si riferiva Alex quando ha parlato di "insoddisfazione" di fondo. Il principe Siddharta (futuro "buddha") è destinato a diventare un grande re oppure un ancora più grande maestro spirituale. Suo padre tuttavia teme che suo figlio possa lasciare la vita di corte per diventare un maestro spirituale e così circonda il giovane principe di ogni piacere e gli mette a disposizione tre castelli. Tutto ciò però si rivela inutile: il giovane Siddharta, pur essendo circondato da ogni piacere, da ogni bellezza e perfezione, prova un continuo e sconosciuto sentimento di insoddisfazione che non gli permette di trovare pace, assillandolo di domande che non trovano risposta. Da questo sentimento,e da queste domande, inizierà la sua ricerca che lo porterà fuori dalle mure incantate e sicure della corte, fino a raggiungere quella che viene chiamata "illuminazione".
Immagino che nessuno di noi sia mai stato circondato da ogni piacere e abbia avuto a disposizione tre castelli (io divido la camera con mia sorella, figuriamoci!), tuttavia non vi è mai capitato di provare insofferenza e insoddisfazione anche in periodi o semplicemente giornate in cui tutto sembrava andare per il verso giusto? Vi siete mai chiesti da dove nasca questa insoddisfazione di fondo? Avete mai provato a parlarne con qualcuno? A scuola, per esempio? Quali reazioni ci sono state? Come vi siete rapportati, di conseguenza, a questa domanda? Ritenete che sarebbe importante che questa domanda, o questo senso di disagio, potesse essere riconosciuta anche a scuola come passo importante nella vostra crescita? Per esempio, perché non se ne parla mai durante le lezioni di filosofia? Perché, in genere, non si affrontano nemmeno filosofi che si sono interrogati a riguardo?
"Detto questo... ragazzi, è un punto cruciale quello proposto da Alex... cosa ne pensate? Sentite che vi riguarda? Siamo solo noi a ritenere importanti queste domande, o ci troviamo di fronte a qualcosa di più universale, per quanto anche intimamente soggettivo? Perché non se ne parla a scuola? Perché non si sa educare a riguardo? Perché è una tappa così importante?"
Riprendo queste domande di Lucia che mi sembrano importanti... vorrei solo aggiungerne qualcuna. Ecco io mi chiedo come, secondo voi, è possibile cambiare la direzione che l'educazione scolastica ha ai giorni nostri? Come è possibile invertire la direzione?
Dal momento che il Sicofante si propone sì di dibattere, ma anche di agire partendo dai punti nodali delle nostre discussioni, com'è possibile fare in modo che ciò che studiamo riesca a riguardarci, nel nostro intimo, e riesca a metterci in rapporto con queste domande? Come dovrebbe cambiare la scuola? Cosa dovrebbe esserci nelle lezioni di accattivante e stimolante che oggi nella maggior parte delle lezioni non c'è?
Noi, consapevoli dell'importanza di queste domande, perchè parlano di noi e del nostro rapporto con il mondo, con la vita, in ogni suo aspetto, e nei suoi momenti tragici, come possiamo, attraverso il sito e tramite noi stessi, cambiare la direzione verso cui la scuola tende oggi?
Capisco che si tratta di domande più pragmatiche, che non vogliono di certo sminuire le vostre, figuriamoci! Ma, partendo dalle domande più profonde, ecco, materialmente, come possiamo far sì che l'educazione le prenda in considerazione?
Il nostro disagio è molto concreto, quindi non penso che la tua domanda sia "pragmatica" in senso negativo.
Ma che vuol dire cambiare la direzione della scuola? Francamente penso che pensare di cambiare la direzione sia un'utopia, perchè cambiare la direzione significherebbe cambiare il sentire di fondo che muove il mondo: tutto volto alla dimenticanza di sè, frenetico nella ricerca di un mondo rassicurante, noto, controllabile.
Uno studio che coinvolga è uno studio reso vivo dal mettersi in gioco, da una tensione, una ricerca, un'apertura. Ma se invece di questa tensione c'è il bisogno di fingere che sia tutto controllato e controllabile, che si fa? Si può forzare qualcuno a rinunciare all'illusione del controllo e a volere apertura?
Cambiare direzione richiederebbe una vera e propria conversione di massa, poco probabile.
Più realisticamente, ma ciò non esclude di essere determinati, penso possiamo direzionarci a fare piccoli passi, molto importanti ma piccoli nel senso di spogliati dalla pretesa di cambiare il mondo.
Da ragazza passavo nottate intere in birreria a parlare con pochi amici di come imparare a vivere. Condividevamo il rigetto delle strutture prefisate, criticavamo i pregiudizi e i condizionamenti, ma oltre quella critica non sapevamo dire niente e alla fine ci ritrovavamo costretti a fingere di essere appagati della mera critica.
Poi io ho avuto il privilegio di essere instradata verso una lucida analisi dell'esperienza, non più solo parole in libertà, ma analisi ancorata a questa mente, questo cuore.
Ovviamente, sono subito andata dai "compagni di sbronze" a balbettare che la possibilità di fare domande più precise c'era, di riflettere su ciò che veramente ci riguarda. Incredibile... come risposta ho ricevuto delle apoteosi del carpe diem in tutte le salse..... Gasp!!!.......
Questo cosa vuol dire? Secondo me vuol dire che per invertire la direzione è necessario che ci sia IL BISOGNO di invertirla, in qualcuno c'è, in qualcun altro no, questo è un fatto che come tale non si può cambiare.
Ma allora perchè questo sito? Secondo me, per imparare a dire ciò che volgiamo dire, per essere capaci di fare una critica sensata e capire quando è il momento di farlo.
Non è teorizzabile un progetto definitivo, è solo, ma non poco, possibile avere i mezzi per instaurare un vera, viva, attiva, relazione momento per momento col mondo che ci circonda.
Penso che possiamo fare piccoli passi obiettando con cognizione, ponendo l'obiezione col linguaggio, per quanto possibile.., del contesto con cui si interagisce. Incarnare il bisogno di cambiamento, con l'esempio, è un grande passo, ma è pensabile che contagi tutti? E' pensabile che chi ne ha già il bisogno seguirà (professore, amico o ministro che sia), e qualcun altro seguirà lui.
La nostra personale ricerca resta la nostra personale ricerca di cui non possiamo che TOTALMENTE farci carico.. (Lucia..., hai ragione, vado fuori tema! Sgancio il discorso dal tema scuola.... forse perchè non la fequento più e il problema mi riguarda da lontano???!!... Incomunicabilità fra generazioni.... Ma cosa accomuna le generazioni? Ci ricasco..... )
Va bene così Alex. Se mentre scrivi ti vengono in mente esempi, per argomentare, di quando andavi a scuola, ben vengano: penso comunque che la cosa più importante fosse esplicitare il collegamento con il tema del sito, visto che non è un collegamento immediato (se no la scuola avrebbe già intrapreso questa direzione!!!). Quindi adesso affronta il tema nel modo in cui ti riesce più facile farlo, poi noi ti rispondiamo riportandoti le nostre esperienze a riguardo soprattutto in relazione al nostro percorso scolastico :)
Da ragazza passavo nottate intere in birreria a parlare con pochi amici di come imparare a vivere.
Mi ricordo anche io tante serate (o giornate) così... e provo ad affrontare ancora questo tema con gli amici, ma ormai ho imparato con chi posso o non posso affrontarlo fino in fondo. Tante volte ho provato a parlarne con un'amica alle superiori, ma lei mi ha etichettata come "strana". In effetti ero nel mio periodo di crisi adolescenziale e quindi avevo le idee così confuse che se le avessi messe tutte dentro ad un frullatore il risultato non sarebbe stato molto differente da una brodaglia qualsiasi. Tuttavia sono poi giunti altri amici (all'epoca, "futuri amici") che se anche non capivano, mi ascoltavano senza giudicarmi: cercavano perfino di seguirmi nei ragionamenti con entusiasmo, ma se anche talvolta o spesso non ci riuscivano, poco m'importava... il semplice fatto che fossero disposti ad ascoltarmi senza pregiudizio era già di per sé una conquista importante e preziosa per me. Ecco, questo vorrei potermi aspettare dalla scuola. Va bene se il sistema scolastico, nel suo complesso, non è in grado di affrontare di petto questa ricerca interiore e personale: come hai detto tu, non tutti sentono il bisogno di intraprenderla. Ritengo, però, che l'ambiente scolastico dovrebbe dimostrarsi quantomeno neutro e non evitare come la peste un ragazzo o un professore che affronta un simile argomento a lezione. E' vero che un professore potrebbe poi non essere in grado di valutare il ragazzo, qualora egli affrontasse un tema sconosciuto al suddetto insegnante; allo stesso modo è vero che anche uno studente potrebbe non riuscire a seguire un professore che imposta una lezione su una ricerca di cui il ragazzo non ha mai fatto esperienza. Penso tuttavia che ci si possa venire incontro, facendo un piccolo sforzo (è questo sforzo che non si vuole fare, il vero problema!!!). Sì, come hai detto tu, è probabilmente un'utopia. Nonostante questo, penso che sia importante continuare a sforzarci per raggiungere questo punto d'incontro: è giusto educare a questo punto d'incontro... ognuno è libero di intraprendere o no una ricerca interiore, ma proprio perché uno è libero di non intraprenderla è giusto che lasci anche all'altro la libertà d'intraprenderla. A scuola un ragazzo non impara solo delle basi, impara anche quali sono le sue potenzialità e i suoi interessi, ma se questi interessi vengono stroncati, rifiutati o addirittura derisi, quale esempio fornisce la scuola allo studente? (Vale lo stesso discorso anche per un prof, con la differenza che un ragazzo sta ancora venendo educato). Questo esempio che la scuola trasmette non avrà forse un'influenza negativa sull'individuo che ne è oggetto? La scuola, attraverso questo esempio/modello che fornisce, non starà forse educando il ragazzo a restare in una prospettiva di conoscenze ed esperienze limitata?
(In realtà avevo scritto ancora tante altre cose, ma non voglio parlare per ore togliendo lo spazio agli altri. Aspetto la tua risposta, e quella di chiunque voglia introdursi nella discussione, prima di aggiungere la seconda parte del mio discorso).
Condivido pienamente le domande di Alex e anche l'esperienza di Lucia per quanto riguarda il rapporto con i coetanei.. Devo dire che in periodo di crisi adolescenziale neanche io vantavo compagni con i quali condividere l'interesse e il bisogno di una ricerca, e ancora oggi alle cene di classe mi etichettano amichevolmente come "uèèè depressa!!" oppure "Eccola, è piombata nei 5 minuti oscuri" (semplicemente perchè mi fermo a pensare in silenzio). Detto questo io posso però parlare della mia fortunatissima esperienza alle superiori, più unica che rara, perchè ho trovato una professoressa in grado di insegnare la sua materia riportandola su di noi, e non facendone un generale ammasso di nozioni, e che parlava (e parla!!) con i ragazzi, incoraggiando le domande che oggi sembrano quasi essere un tabù per la nostra società. Disponibile al dialogo non solo durante le lezioni, ma rendendosi addirittura reperibile in orari extra-scolastici, e non limitandosi all'ascolto senza pre-giudizi, ma Aiutando, con la A maiscula!
Pertanto capirete che il problema non è solo nei professori: nel mio caso, il problema, erano proprio alcuni miei coetanei che rifiutavano pienamente il discorso, credo per paura.
E allora c'è qualcosa che alla base non funziona. E' chiaro che siamo tutti diversi e c'è chi vuole intraprendere una ricerca interiore e chi no, ma arrivare a rifiutare l'argomento come se fosse "peste" mi fa pensare che ci siano dei preconcetti a riguardo, che la nostra società ha sedimentato e che sembrano difficili da sradicare.
Ho letto negli sguardi dei miei amici questa frase: "Guardarmi dentro, fa paura". Capite che se anche ci si trova in un'aula in cui un prof è pronto ad aiutarti e a dirti che invece è proprio lì che devi guardare, non lo si fa perchè il problema è nei luoghi comuni e nelle conclusioni che abbiamo tirato, tutti, a riguardo, come società. E allora Alex è proprio questo che intendevo come "cambio di direzione": non vuoi farti certe domande? Va bene, ma perchè paura? Il grande risultato che la scuola potrebbe ottenere sarebbe quello di estirpare l'assunto che "queste cose spaventano", rimanendo aperta al dialogo tramite professori in grado di incoraggiarlo e di aiutare individualmente chi ha bisogno. Ci sarà chi ne avrà più bisogno e chi meno, ma si tratta pur sempre di un' apertura, e non di una chiusura a priori!
Inoltre, sempre per cambio di direzione, intendevo anche il fatto che le lezioni, le materie, dovrebbero essere riportate più su di noi. Letteratura, e arte, e matematica non possono essere viste come nozioni. I prof dovrebbero far sì che queste materie e che lo studio parlassero di noi, e che nn vengano piuttosto circoscritte a pure nozioni. Come farlo? Questa è una bella domanda!!
Trovare quel punto d'incontro sarebbe già tanto.
Ma come si fa a rispettare qualcosa che, non dico non capisci, perchè se capissi sarebbe possibile condividere, ma almeno non sconosci totalmente?
Mi sembra che l'obiettivo domninante fuori e dentro la scuola sia quello di normalizzare, di appianare ciò che viene chiamato vita.
Se qualcuno invece fa domande sulla vita è "peggio" di un alieno, perchè di un alieno puoi dire che è diverso perchè viene da un altro pianeta, ma chi si pone domande sulla vita è un guastafeste perchè certe domande si scontrano col progetto di normalizzazione.
Penso che sia la paura a limitare, se non escludere, la possibilità di comunicazione fra le persone che richiederebbe un reciproco ascolto, mentre in genere si tiene la propria misera posizione per il timore di perderla. Anche a me, Benedetta, è capitato di vedere la paura negli occhi delle persone, paura di domandare..., paura di ascoltarsi..., perchè?
Più blandamente, è forse possibile educarsi quantomeno ad un rispetto formale, all'accettazione del fatto che le tue scelte sono solo le tue (diciamo così...) scelte, ben lungi dall'avere più dignità di quelle altrui.
Questo processo è già da tempo avviato attraverso la tutela dei diritti civili. Almeno sulla carta, la libertà di manifestazione del pensiero, così come quella religiosa, è un diritto costituzionalmente garantito. Forse varrebbe la pena di parlare più spesso di questo diritto, di ricordarlo quando si presenta l'occasione, di sviscerarne le potenzialità, ponendo la domanda su cosa sia libertà e su cosa significhi pensiero.
Probabilmente le materie sono ridotte a coacervo di nozioni perchè sono totalmente sganciate da qualsiasi significato, anche minimo. Ricordo che alcuni professori non disdegnavano la ripetizione mnemonica, e del resto molti studenti puntano al voto fine a sè stesso... Un aggancio a signiicati, anche minimi, penso potrebbe giovare, il semplicissimo porre la domanda: che significa? Penso che sarebbe tutt'altro che inutile il tentativo di riconnettere ogni specifico insegnamento al significato dello stesso. Per farlo, innanzitutto ce lo dovremmo chiedere noi cosa significa, e già diventerebbe un pò meno tedioso :-)
Mi sembra che l'obiettivo dominante fuori e dentro la scuola sia quello di normalizzare, di appianare ciò che viene chiamato vita. Se qualcuno invece fa domande sulla vita è "peggio" di un alieno, perchè di un alieno puoi dire che è diverso perchè viene da un altro pianeta, ma chi si pone domande sulla vita è un guastafeste perchè certe domande si scontrano col progetto di normalizzazione.
Penso che tu abbia centrato un punto cruciale e che mi sta molto a cuore. Mi chiedo continuamente che cosa sia "vita"... e la maggior parte di quello che scrivo per conto mio, che sia evidente o no, nasce in realtà proprio da questa domanda. Che cos'è "vita"? Fino a che punto possiamo considerare qualcosa/qualcuno "vivo"? E quando, di conseguenza, qualcosa non viene definita "viva"? Dov'è il confine tra "vivere" e semplicemente (mica tanto semplicemente, in realtà!) "esistere"? Io mi definisco "viva"... ma perchè? Sulla base di cosa?
Più ci penso e più mi tormento a dire il vero! E mi tormento proprio perchè io sono viva. Ma è anche un tormento inebriante no? Come un rompicapo... come potrei anche solo lontanamente pensare di interrompere la ricerca? La domanda si è conficcata nella mia mente e ne è diventata parte... sì, è parte di me: eliminarla, o anche solo ignorarla, significherebbe rinunciare ad una parte di me. Io sono quella domanda. Ecco perchè, come hai detto tu, andrebbe affrontata a scuola (soprattutto a scuola!). Perchè questa domanda, essendo una delle diverse sfumature di "Perché io ci sono?", mi riguarda ancora più direttamente di tante nozioni che invece studio a scuola/università (con questo non è mia intenzione togliere valore alle suddette nozioni). Quello che intendo dire è che, ogni volta che a scuola mi dicevano "studiamo questo perché vi servirà nella vita", avrei voluto chiedere: ma cosa intende lei quando dice "vita"? Da questo fraintendimento nell'uso del termine penso che sia in parte nato il mio contrasto con lo studio, per un certo periodo. "Studia perchè ti serve" era una frase senza significato per me. Fissavo un'equazione o una versione di latino e mi dicevo "Questo mi serve? Mi servirà nella vita?" e subito mi rispondevo di no. Il fatto è che in quel momento di crisi avevo cominciato a sentire e percepire questa "vita" in modo differente e più intimamente relazionato a me, proprio a me. Tuttavia stavo crescendo in un ambiente (quello scolastico) che non sapeva indirizzarmi correttamente verso quella domanda, anzi cercava di scacciarla in tutti i modi... ma si può fuggire da se stessi? Non credo proprio. Mi è andata bene perché stavo crescendo anche in un altro ambiente, quello famigliare, che ha saputo riconoscere la crisi che stavo attraversando. Ora lo studio è meno "conflittuale" perché sono riuscita a dare io un significato alla frase "perchè ti serve nella vita": mi serve perché io sono viva (il che non significa solo: un domani dovrò lavorare!), sono consapevole di esserlo o meglio di esserci, e non ho la più pallida idea di quello che in realtà significhi! E' un controsenso, lo so... ma il fatto è che non so cosa sia "vita"... e tuttavia ho la certezza di esserci dentro. Può spaventare tutto questo, ne ho avuto paura anche io... ma ne ho avuto paura finché non mi è stato insegnato a riconoscere questo "sentire". Dopo il sentimento che provavo nei suoi confronti è stato diverso: resto spesso attonita, ma non si tratta di paura... è qualcosa di più sottile, che tu Alex saprai riconoscere nella parola "stupore".
Qualcosa di così grande, di così importante... una domanda che mi riguarda e mi coinvolge come nessun'altra domanda può fare... perché viene bandita a scuola? Proprio il fatto che spaventi non indica forse che è indispensabile essere educati a relazionarci con essa?
Beh, è un circolo vizioso in realtà (e proprio questo è il nostro problema!): la paura che testimonia la necessità di questa educazione è quella stessa paura che impedisce che questa educazione avvenga... e allo stesso modo se questa paura non ci fosse, non ci sarebbe nemmeno questa urgente necessità di introdurre questo genere di educazione!
Accidenti, è un circolo più vizioso di quanto immaginassi...
Studia perchè ti servirà nella vita........... e noi possiamo replicare: a che serve vivere? L'interlocutore un seppur breve momento di perplessità, forse!, lo vivrà! O forse un momento di rabbia....
E' davvero un circolo vizioso, ma penso che piccole incisioni in questo muro di piombo possano venire da domande sensate, poste con cognizione. Per questo dicevo: se noi capiamo il problema, allora è possibile quantomeno esporlo con chiarezza al momento giusto. Sugli esiti.....chi mai può prevedere qualcosa?
Forse la paura che testimonia la necessità di questa educazione, in quanto aperta a comprendersi, è diversa dalla paura, chiusa, che impedisce che questa educazione avvenga. Una paura che vuole comprendersi fa nascere germi di domanda.
Ecco il ink di una canzone dei Baustelle, "Baudelaire"
http://it.youtube.com/watch?v=xzY_QsYrOe8
Questi sono i primi minuti di un'intervista al cantante del gruppo, in cui lui, ai minuti 4.45-5.42 pone la domanda: a che cosa serve vivere?, dice che se la pone ogni mattina al risveglio. Dice anche: Baudelaire parla di buoni motivi per non suicidarsi. Qual è un buon motivo per stare vivi su questa terra?
http://it.youtube.com/watch?v=tLiMG8g3AUI
Come un rompicapo.........conficcato nella mente e nel cuore.......
Come fai a inserire il grassetto e il corsivo??? :-)
Non voglio essere spiacevole, care Lucia e Benedetta, ma non tutti gli studenti hanno fra le gengive domande come le vostre o come quelle di Alex. Anzi sono pochi, pochissimi, almeno per quel che ho esperito in sette anni di lavoro. Questo non esime la scuola dal proporre domande esistenziali, dal calarle in un contesto didattico e dall'accoglierle quando arrivano dai ragazzi. Molto c'è da fare in questo senso, anzi tutto. Però le classi non rispondono in modo omogeneo ed a volte il compromesso è opportuno, anche se taglia dei "picchi" significativi che tendono a coagularsi in ambienti reali o virtuali come questo. I percorsi personalizzati, previsti dalla didattica recente potrebbero forse dare l'opportunità di avere uno spazio più ampio a chi queste domande le sente. Inoltre perché non prendere l'iniziativa? Vi faccio un esempio: perchè non costruite un progetto che parta appunto da queste questioni ed evidenzi le connessioni con la didattica (solo se penso a filosofia e ad arte vedo due miniere). Detto progetto può esser proposto alle scuole, alla luce dell'autonomia, e perchè no trovare l'appoggio di un Preside o di un gruppo di docenti. E' una pazzia? No è fattibile, va scritto e strutturato ed è un lavoro lungo, ma può trovare degli interlocutori e se non ne troverà sarà comunque una traccia fattiva da riproporre e ripensare in futuro.
non tutti gli studenti hanno fra le gengive domande come le vostre o come quelle di Alex. Anzi sono pochi, pochissimi, almeno per quel che ho esperito in sette anni di lavoro.
Sì, hai ragione e hai fatto bene a ribadire questo concetto, però come hai detto tu ci vuole un compromesso, perchè di fatto questa minoranza che si pone domande esiste e non la si può ignorare del tutto emarginandola come si fa con gli appestati. Quello che mi chiedo è: perché è possibile, di tanto in tanto, scegliere un approccio storico anche a lezioni scientifiche, ma qualora uno proponga un approccio più filosofico il mondo storce il naso? Saremo in pochi a farci domande esistenziali o semplicemente filosofiche, ma sono forse in tanti a chiedersi se c'è un collegamento tra le teorie di Darwin e la Storia? Io non credo... anzi sospetto che siano in pochi a farsi domande perfino storiche proprio perché c'è questa carenza di un approccio più filosofico che riconduca gli argomenti studiati a te stesso come individuo. C'è poi anche il fattore "pigrizia" che hai più di una volta evidenziato: anche una lezione storico-scientifica viene spesso marchiata come "superflua" da studenti o colleghi semplicemente perché mette in evidenza il fatto che questi fanno il minimo indispensabile.
Oltretutto è più corretto dire che siamo in pochi a porre queste domande agli altri, non che siamo in pochi a porcele. Dagli scritti e dai disegni di tanti ragazzi emergono tracce di queste domande: se poi tacciono è perché non c'è stata nessuna educazione che permetta loro di riconoscerle come domande importanti e legittime... la reazione attuale è che si sentono "strani" e gli unici a porsi queste domande, perciò non le condividono. Ma non è forse questo ad essere strano? Perchè educare ad evitare proprio le domande che esplicitano quel collegamento tra studioso e oggetto di studio, che la frase "studia perché ti serve" ha invece sempre omesso?
Però le classi non rispondono in modo omogeneo ed a volte il compromesso è opportuno, anche se taglia dei "picchi" significativi che tendono a coagularsi in ambienti reali o virtuali come questo.
Hai centrato il punto, ma forse solo in parte: concordo pienamente sull'importanza e la necessità di questo compromesso... ma attualmente c'è davvero questo compromesso? Mi sembra piuttosto che questo compromesso tagli le gambe soltanto alla "fazione filosofica" (che buffo nome...). Concedere, qualora si manifesti la propensione, qualche lezione dal taglio filosofico non dovrebbe essere qualcosa di impossibile. Il problema è "solo" l'accoglienza di questo approccio che, anche quando è soltanto temporaneo o sperimentale, viene visto come qualcosa di negativo.
Inoltre perché non prendere l'iniziativa? Vi faccio un esempio: perchè non costruite un progetto che parta appunto da queste questioni ed evidenzi le connessioni con la didattica (solo se penso a filosofia e ad arte vedo due miniere)
Sicofante è nato proprio con questa intenzione, con questo scopo finale più... pratico :)
Stiamo preparando una sezione in cui raccogliere tutte le proposte, nuove o già sperimentate, che emergeranno da queste discussioni: anche resoconti di esperienze (per esempio, lezioni alternative) che sono risultate efficaci, in modo che chiunque, entrando nella suddetta sezione, possa trovare idee alternative.
P.S. per Alex: quando scrivi un commento, trovi in fondo alla pagina il link "maggiori informazioni sulle opzioni di formattazione" che ti collega subito ad una pagina in cui si spiega (è un elenco) come fare per scrivere in grassetto, corsivo, oppure ancora citare o inserire un link... e' tutto lì :)
Inoltre perché non prendere l'iniziativa? Vi faccio un esempio: perchè non costruite un progetto che parta appunto da queste questioni ed evidenzi le connessioni con la didattica (solo se penso a filosofia e ad arte vedo due miniere)
Sì giusto Atoshi, è proprio questo il punto.. Sarebbe importante trovare il modo di riportare le lezioni su di noi (d'altronde queste nostre domande iniziano proprio da noi, per questo ci riguardano, perciò se anche una lezione iniziasse a porre l'attenzione sull'individuo, il passo avanti sarebbe già notevole). Per fare questo per ora l'idea della sezione "proposte" mi sembra ottima. Secondo me il passo successivo dovrebbe essere quello di riuscire a fare conoscere il sito, la sua sezione, anche agli insegnanti, e raccogliere le opinioni degli studenti (ma questo è un passo ulteriore, che secondo me richiederà tempo).
E comunque non è una cosa semplice... credo davvero ci vorrà tempo!Spero poco..
Comunque già che ci sono ne volevo approfittare per chiederti come secondo te è possibile riportare qualsiasi cosa sul singolo ragazzo. Ti spiego perchè questa domanda: è da un po' di tempo che do ripetizioni di matematica.. l'approccio alla materia puoi immaginarlo: "che noia, uffa", sbadigli, posizioni scomposte, difficoltà a far eseguire i compiti.. I ragazzi che seguono sono della scuola media, conosco l'ambiente di queste scuole medie del circondario e lo reputo non solo poco stimolante ma anche da "regime del terrore". Capisco che l'ordine e la disciplina siano importanti soprattutto in un'età come questa, ma non quando sfocia nella paura di andare a scuola, paura della prof, eccetera eccetera.. Comunque, il mio problema è che sto cercando in tutti i modi di fare apprezzare la materia, ma è un'impresa veramente complessa. Se i ragazzi fossero più grandi potrei parlare della bellezza della matematica, che ti lascia in zone sospese, in concetti del tutto filosofici e impossibili da circoscrivere, ma ad un bambino della scuola media.. come posso proporre tutto questo? Eppure si rischia così spesso di ricadere nell'esercizio, nella ripetizione non riportata però su un soggetto che sta ripetendo. Come è possibile fare questo?
Per me è un grosso problema. Ogni volta che ho un bambino davanti me lo chiedo, ma la risposta non arriva. Tu sicuramente hai molta esperienza.. perciò.. che ne pensi?
Cara Benedetta, soprattutto nei preadolescenti accade che la risposta non arrivi, o che arrivi dopo, quando non li hai più davanti agli occhi. Non utilizzerei la parola bambino con i ragazzi delle medie, sei d'accordo?
Comunque mi espongo a qualche consiglio, se vuoi provare:
a) portare la matematica "fuori dalla matematica", là dove la matematica è soluzione ad incombenze da "adulti", cosa a cui a quell'età si aspira. Per esempio capire come funziona un rateo per comprare uno scooter, quanti bidoni di vernice sono necessari per dipingere una stanza di cui si deve calcolare la superficie, sapendo quanta superficie ho disponibile per bidone, spray per graffitismo, costo unitario costo globale e magari anche qui calcoli di superfici.....
b) ambiti di tipo ludico come il sudoku, calcoli di volumi e superfici riferiti ad un'opera d'arte ecc.....
c) mai scoraggiarsi, dedizione clericale. Spesso il preadolescente provoca per sondare lo spessore di chi ha di fronte. Spazientirsi, alterarsi, deprimersi, darsi per vinto o instaurare un "regime di terrore", sono segnali negativi per lo studente che a sua volta si dà per vinto.
E poi ci sono le sconfitte assolutamente inevitabili.
Il terrore è infatti perfettamente inutile se non si accompagna (e non accade mai, non può accadere) ad elementi motivazionali. Penso a don Bosco che tirava fuori i ragazzini dalle galere nel XIX secolo, gente che non sapeva dire un Padre Nostro, don Milani e la sua spinta ad andare incontro a chi non aveva accesso sociale all'istruzione, Pasolini ed il suo darsi senza compromessi. Credo che Pennac, come ha sostenuto recentemente nel suo "Diario di scuola", abbia ragione... Alla fine, scarnifica, scarnifica la relazione insegnante studente è questione d'amore. Cos'altro?
Ho spostato la risposta nel topic riguardante il pianeta Gelmini per evitare di andare fuori tema!
Così il forum rimane ordinato, per quanto possibile