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Frattura: passione per lo studio e studio di una passione


ritratto di Lucia

By Lucia - Posted on 03 December 2008

Prima di scrivere, imparate a pensare. (Nicolas Boileau)Prima di scrivere, imparate a pensare. (Nicolas Boileau) Oggi mi sono resa conto di qualcosa che mi ha lasciata veramente perplessa. Stavo per andare a ritirare la macchina dal meccanico; i miei dovevano darmi un passaggio mentre andavano al lavoro e, mentre si preparavano ad uscire, mio padre andava avanti e indietro per la casa come suo solito, lavandosi i denti e riflettendo, prendendo le scarpe e coinvolgendomi nelle sue riflessioni, preparando la borsa e ascoltando le mie risposte. Ad un certo punto mi ha consigliato degli autori di letteratura italiana contemporanea da provare a prendere d'esempio come possibili stili di scrittura (mi piace scrivere, giusto per chiarire la situazione) e mi ha caldamente invitata a leggerli con attenzione.

Con rammarico ho dovuto rispondergli che non li avrei letti subito e facilmente, perché se mi lascio prendere totalmente da qualcosa, finisce che smetto di studiare (e ora c'è un esame imminente, per esempio). Lui mi ha detto di studiare per questo esame, però mi ha anche assicurato che nessuno mi corre dietro per la laurea e che perciò posso prenderla con i miei tempi, ma che ciò richiede molta maturità e responsabilità, perché non significa perdersi in sciocchezze e lasciare da parte la cultura generale, importantissima per uno scrittore. Ovviamente mi sono trovata più che d'accordo, però c'è una cosa che mi ha lasciata perplessa: perché ciò a cui desidero dedicarmi (la scrittura, in questo caso) è qualcosa di così separato dal mio percorso di studi? Perché non c'è una compenetrazione di entrambe le... "attività"? Ricordo che anche al liceo, durante il triennio, mi sono ritrovata ad accantonare quasi totalmente la scrittura per potermi dedicare allo studio, ma la scuola non dovrebbe essere un luogo chiave per portare avanti uno studio della scrittura e della narrativa? Com'è possibile che io viva entrambe le cose come due questioni completamente distinte? Di sicuro centra anche il mio atteggiamento e cioè la tendenza a concentrarmi su una cosa per volta, ma è davvero tutto qui il problema? Non credo. Lo scrittore è un uomo che più di chiunque altro ha difficoltà a scrivere. (Thomas Mann)Lo scrittore è un uomo che più di chiunque altro ha difficoltà a scrivere. (Thomas Mann)
Studiando Antropologia è naturale che non ci siano corsi di scrittura e un solo corso di letteratura, ma non è necessario che si parli proprio di scrittura e letteratura perché ci sia compenetrazione con il mio desiderio di scrivere. Gli argomenti trattati a lezione non dovrebbero essere uno stimolo? Una fonte d'ispirazione per i contenuti di ciò che scrivo? Non dico che non accada mai, dico solo che accade troppo raramente. Mettiamola così: ciò che studio non dovrebbe spingermi a riflettere di più? Magari anche a perdermi completamente in un mare di pensieri e riflessioni? Non dovrebbe lasciarmi un segno evidente? Non importa se poi uno decide o no di trascrivere su carta ciò che pensa, pur essendo questo valido nel mio particolare caso, ma l'oggetto di studio non dovrebbe portare ad una profonda riflessione? Se ciò che studio non mi porta più o meno abitudinariamente alla riflessione è naturale che non scriva... che cosa scriverei, dopotutto? Anche una semplice storia, una semplice narrazione nasce e contiene un minimo di riflessione personale. Perché nel complesso il liceo e l'Università non hanno saputo stimolarmi in questo senso? Perché l'oggetto di studio non mi lascia un segno? Anche un'educazione a riflettere e a domandare mi è giunta solo in questi ultimi anni e non tramite le istituzioni scolastiche, ma tramite la famiglia.
Vorrei poter ricondurre la scrittura allo studio e lo studio alla scrittura, anche solo per non sentirmi frustrata e in colpa nel momento in cui scelgo uno dei due al posto dell'altra. Perché è avvenuta questa frattura?

ritratto di Linda

Cara Lucia,
1) per le sequoie universitarie (effettivamente inesistenti), ricordo bene la sensazione fra delusione e rabbia, quando anch'io mi resi conto che in seno all'accademia non avrei ricevuto che pochi semi. In realtà ho ricevuto molto di più, ma come ti ho scritto me ne sono accorta molto tempo dopo, e soprattutto (paradossale, ma è così) l'università dà il più delle volte inconsapevolmente: molto sta allo studente, cosa gravissima. Tuttavia... tuttavia. Se appena prendi uno sgabello e ci sali, e poi guardi di nuovo il problema... beh, io trovo estremamente affascinante questo: di fatto, io non sapevo dirmi cosa cercassi. Certo: si trattava di serietà, profondità, disponibilità, entusiasmo... tutte cose che l'università italiana NON DA'. Si trattava di tutto questo, e molto altro. Però non solo. Io, che ero molto meno sveglia di voi giòòòvani, non sapevo dirmelo, ma non avevo nemmeno gli strumenti per capire me stessa, figuriamoci il mondo e quello che studiavo. Sicuramente (ora posso dirlo) cercavo il filo conduttore di tutti questi "elementi". Sapevo dirmi poche cose - al massimo che ero a disagio con me stessa in ogni situazione e in qualsiasi luogo (per diversi motivi, ma quella è un'altra storia)... Dove voglio arrivare? La ricerca, il fatto stesso di star cercando, e il non saper bene cosa, mi sembra un comune denominatore fra le ultime generazioni (la mia, la tua...). Il tema andrebbe approfondito... appunto! Il cercare è per me fonte costante d'ispirazione, per pensiero e scrittura. Potrebbe essere uno dei semi: tanto prezioso ed evidente quanto... invisibile, perché ci sei dentro. Che ne pensi?
2) Il Maestro. Effettivamente io sono stata molto fortunata: mi ha cercata lui! E il nostro incontro non ha avuto nulla di consueto - è successo tutto per caso, in modo molto strano. Però ci siamo "riconosciuti" subito. Ora, per quanto lui resti il mio primo interlocutore in fatto di arte (e scrittura, ovviamente), per i miei scritti (dietro suo incoraggiamento) ho cercato e sto cercando altri pareri, stavolta di poeti veri e propri, che io stimo molto (e che fra l'altro sono abbastanza riconosciuti, ma questo è secondario). E' importante non fossilizzarsi, trovo, anche quando trovi un Maestro. Comunque, certo, se non lo si incontra bisogna cercarlo. Dove? In università, ai tempi, avevo avuto il parere interessante di un prof. (vedi che a volte anche loro, eheheh...): era già qualcosa, all'epoca. E poi: c'è un poeta che trovi valido? E' vero, in giro c'è di tutto, ma (altra cosa insegnatami dal mio Maestro) bisogna guardarsi attorno: quelli bravi davvero ci sono, e a mio parere sono quelli le cui parole rimarranno. E quando li trovi, àrmati di coraggio e avvicinali con qualche bella poesia completa di recapito, e chiedi un aiuto, una critica, un consiglio. Il confronto è sempre utile, e chissà che fra loro tu non incontri il tuo Maestro!
L'idea di avvicinare un estraneo magari "poeta", e di chiedergli aiuto ti infastidisce? Capisco. Ma è timidezza, paura od orgoglio?
3a) Orgoglio, appunto. Brutta bestia, lo conosco bene anch'io. A mio parere la scrittura è una grande Via, e come tale esige un cuore aperto. La prima prova dall'esterno è la severità del Maestro (che se è buono è severo). Pensa che la Gualtieri mi ha sparato quella frase con occhi fiammeggianti davanti a una decina di persone - compreso il mio Maestro che, essendo una vecchia volpe, è scoppiato a ridere. Sul momento sono scappata via per la vergogna! Però l'insegnamento è entrato: ha creato la crepa di cui in quel momento avevo bisogno. E potrei raccontartene altre, ugualmente imbarazzanti... :) La domanda è: quanto ne va di me, in quello che scrivo (e nelle aspettative che inevitabilmente mi porto dietro)? Se ne va molto, forse non è abbastanza: alla prima magari no, ma alla terza/quarta "umiliazione" o delusione mollerai. Non credo si tratti di titanismo, ma il dibattito è aperto, e non voglio scrivere pagine e pagine in questa sede (sono già abbastanza prolissa). Però lascio a te la riflessione per quanto ti riguarda (per me è una domanda molto aperta).
3b) Sì, in giro c'è di tutto. Qualche giorno fa ho visto che Rocco Tanica, storico tastierista di Elio e le Storie Tese, ha pubblicato un libro (ovviamente umoristico) con la Bompiani. Ora, io Rocco lo rispetto. Però... cavolo, la Bompiani! Per non parlare di molti romanzi contemporanei, che si leggono bene, ma che al lettore non lasciano niente, a parte il godimento (quando va bene) della lettura... Sì, c'è in giro di tutto: in questo periodo storico l'industria libraria, in quanto industria, vomita ogni cosa e in grande quantità. Ma non mettersi completamente in gioco per non finire nel bailamme dell'editoria italiana... questo sì, è orgoglio. Anche a me l'idea fa ribrezzo (essendo molto orgogliosa), ma mi dico che, in ogni caso, come finirà questa storia potrei non vivere abbastanza per vederlo: dall'antichità ad oggi sono molti i grandi autori insabbiati dalla piccolezza del loro tempo e riemersi in seguito, talvolta per caso. Io so solo che da sempre amo scrivere, e da sempre vedo me stessa come "una che scrive"; tengo soprattutto all'insegnamento tanto generoso di questa Via, che è sempre più profondo di quanto mi aspetti, e tengo al fatto che, se dalla penna capita che esca "bellezza", questa bellezza circoli. Il resto è secondario.
Fammi sapere che ne pensi, se ti va.
Buonanotte.
L.

ritratto di Lucia

Cara Linda,
ho letto e riletto le tue parole e penso di aver individuato le tre pulci che sei riuscita a mettermi nell’orecchio. La prima pulce è quella sul pensiero, quel fenomeno che hai giustamente definito “strano” e che soprattutto necessita di tempo. E’ vero che ci sono temi la cui risonanza non è immediata, ma il fatto che sia “tardiva” (rispetto alla nostra impazienza) non significa che non possa essere profonda, appunto. Vorrei riuscire ad accettare con più consapevolezza che dall’Università non posso ricevere alberi, magari imponenti sequoie, quanto piuttosto germogli che, con il giusto tempo e la giusta cura, potranno diventare anche solo dei piccoli ma fermi bonsai, poiché non nascono sequoie in ogni angolo. Inoltre il problema più diffuso all’Università attualmente è proprio che pretendono di insegnarti-venderti sequoie, quando non ti passano nemmeno i semi. Questo mi porta alla seconda pulce: l’indispensabile figura di un maestro. Mi era già giunto questo consiglio e il racconto della tua esperienza personale non fa che confermare l’importanza di questa seconda pulce. Ammetto però che tutto ciò suscita anche un po’ di paura: come trovarlo? Un maestro non è qualcosa di preconfezionato e prodotto in serie; non è sufficiente ordinarlo al supermercato; probabilmente non gira nemmeno con una bella etichetta con su scritto “maestro d.o.c.”: potresti anche incontrarlo e non riconoscerlo. Mi rendo conto che sono lamentele che non mi porteranno lontano (finché resteranno solo lamentele), tuttavia in un’epoca in cui chiunque può definirsi scrittore, cantante, musicista, artista e anche maestro, dove provare a cercare? Ho bisogno di rifletterci; o forse ho semplicemente bisogno di un po’ di fortuna.
La terza pulce consiste nelle due citazioni che mi hai proposto, quella del prof. di tuo fratello ("Devi capire cos'è per te scrivere. Non mi dire che scrivi per te stessa: nessuno scrive o fa arte solo per se stesso.") e quella di Mariangela Gualtieri ("In poesia la modestia è la peggiore delle superbie: quello che ti è stato dato è un dono, e come tale hai il dovere di condividerlo."). Ho sempre scritto, fin da piccola, ma non ho mai amato far leggere ad altri quello che scrivevo o, per meglio dire, non credo di aver mai preso l’iniziativa di far leggere ad altri qualcosa di mio: ho sempre agito sotto richiesta altrui. Credevo che dipendesse da un mio desiderio di scrivere più che altro per me stessa, ma dopo aver letto quelle due frasi mi è sorto il dubbio: che non si trattasse di scrivere solo per sé (per me), quanto piuttosto di semplice e quasi banale timidezza? Insicurezza, forse? Non so. Devo ammettere che leggere che “in poesia la modestia è la peggiore delle superbie” ha come graffiato, e senza tante cerimonie, il mio orgoglio: che la Gualtieri abbia ragione? Forse non si può essere poeti, o artisti in generale, senza un po’ di titanismo: se ti scagli contro il mondo, è perché ti senti superbamente in grado di poterlo fare, a prescindere dall’effettivo risultato. Vista in questo modo, il non voler condividere con altri il frutto del proprio titanismo non è modestia, ma appunto superbia. Credo però che ci sia un altro fattore da non sottovalutare (o forse è solo il mio orgoglio che si sta arrampicando sugli specchi per salvarsi la faccia?): vagando per le librerie e notando come quasi chiunque possa pubblicare libri e definirsi scrittore, il desiderio di non condividere con altri i propri prodotti nasce, forse e comunque solo in parte, dalla paura o dal ribrezzo di finire catalogati e archiviati nel bel mezzo della bolgia superficiale della letteratura commerciale.

Queste sono solo le mie prime riflessioni a riguardo, oltretutto non è facile riflettere sull’ultima pulce, perché l’orgoglio non è un interlocutore aperto e disponibile, forse nemmeno civile.
Ho bisogno di rifletterci ancora, intanto ti ringrazio di nuovo per le pulci! Stanno facendo bene il loro lavoro!
Buonanotte,
Lucia

ritratto di Lucia

Cara Linda, cara Maga Magò :)
il tuo intervento mi ha colpita davvero nel profondo e non voglio darti risposte affrettate, desidero riflettere un po' a riguardo, proprio perché hai toccato delle corde che hanno risonato: mi hai posto domande, proposto spunti e offerto esperienze (le tue) di cui ho subito sentito l'importanza.
Mi prendo qualche giorno di riflessione prima di iniziare ad avanzare qualche tentativo, probabilmente ancora goffo, di risposta, ma ci tenevo a scrivere un post veloce per ringraziarti e per assicurarti che il tuo intervento non è assolutamente passato inosservato, tutt'altro!

Grazie e a presto!
Lucia

ritratto di Linda

Cara Lucia,
Maga Magò ha avuto diverse cose da fare, ultimamente, così solo ora dà il proprio contributo a questa discussione - che la coinvolge parecchio. Non so quanto ti sarà utile, ma condividendo la tua stessa passione mi sento di confrontarmi con te (con voi), a partire da quanto vivo e ho vissuto a riguardo. Per quanto concerne la frattura, anch'io come la tua collega ho trovato un filo conduttore solo con la tesi... dopo ben 4 anni di studi letterari! De André è stato il "pretesto" per sviluppare un argomento (il legame fra libero arbitrio e compassione) che mi lavorava dentro da un po'; il filo in realtà l'ho trovato quasi alla fine della stesura (!!!): all'inizio intuivo solo che il nostro cantautore (oltre a piacermi moltissimo) sviluppava qualche aspetto della questione, ma lungi da me il capire fino a che punto c'entrassero la sua musica e i suoi testi con il tarlo che mi arrovellava! Inoltre devo dire, a proposito di legame fra ciò che studiamo e ciò che scriviamo, che mi è capitato di scrivere di/ispirata da cose che avevo studiato mooooolto tempo prima, cosa che mi capita anche ora: talvolta riemergono osservazioni che ci avevano colpito, ma senza che sul momento capissimo il perché... Tutto questo per dirti che il pensiero (quello vero, che a mio parere è/deve essere presente in ogni grande autore) è un fenomeno strano, che ha bisogno di tempo; alcuni temi hanno una risonanza profonda perché ci toccano in profondità, appunto: come per i vini migliori bisogna saper aspettare, farli decantare. Ciò può risultare frustrante perché per molto tempo, magari anni, si ha l'impressione di rimestare lo stesso humus senza che ne nasca nulla di pregnante; il segreto, a mio parere, è tenere d'occhio l'orticello, prendersene cura con pazienza e abnegazione, senza inquietarsi troppo: magari pensi debbano crescere tulipani, invece verranno fuori primule! E chissà quando... Potresti scoprire che ciò che scrivi non è poi così completamente altro rispetto a quello che studi: forse questa tua riflessione è solo all'inizio.
E' vero quello che dice Serena: il "take it easy" è sempre un buon consiglio, e la palestra per uno scrittore, imprescindibile, è innanzitutto la lettura. Al contempo, però, sono d'accordo con te: la scrittura è anche esercizio. Oddio: dipende anche cosa ne vuoi fare! Mi spiego meglio. Ricordo che un prof. di mio fratello, cui una decina d'anni fa avevo fatto leggere dei racconti che avevo scritto, dopo avermi fatto sì i complimenti, ma anche avermi mosso certe critiche durissime (cosa che mi ferì e mi stimolò molto), aggiunse: "Devi capire cos'è per te scrivere. Non mi dire che scrivi per te stessa: nessuno scrive o fa arte solo per se stesso.". Al di là della veridicità o meno della sua affermazione, quelle parole mi colpirono molto, e gettarono il seme di una domanda cui ancora oggi non sono sicura di aver risposto in modo completo. Quel che è certo è che ad un certo punto uno se lo chiede con serietà, per chi o per cosa stia scrivendo; il consiglio che mi permetto di darti da vecchiaccia quale sono è: non tacerti nulla sulle tue ambizioni a riguardo. Risparmierai un bel po' di tempo. E poi, come mi ha detto Mariangela Gualtieri, "In poesia la modestia è la peggiore delle superbie: quello che ti è stato dato è un dono, e come tale hai il dovere di condividerlo.". Certo, l'istante in cui si dà la scrittura non conosce destinatari: per l'esperienza che ne ho mi sento di dire che, "semplicemente", in quel momento si presentano parole che tu poi trascrivi, ma che spesso non hai nemmeno cercato... e però sono proprio quelle giuste. Giuste per cosa? Per dire che? ...La domanda "cos'è per me lo scrivere?" comprende un piano profondo (che qui tralascio) e uno più relazionale, fra te e questa attività; se la scrittura non è solo una "fuitina" occasionale, bensì (come mi pare la intenda tu) una Via di conoscenza, una compagna di vita, forse qualcosa cui anche volendo non potresti rinunciare, beh, allora sì, la dimensione dell'esercizio è importante, e bisogna essere disciplinati. Artisti cui non penseremmo mai come esempi di disciplina (Keith Richards, Mick Jagger!!!) erano e sono rigidissimi con loro stessi, quando ne va della loro Arte...
E infine: sempre per la mia esperienza, è ESSENZIALE trovarsi un buon Maestro. Qualcuno che non solo tu stimi, ma che davvero "ne sappia". Non so se mi spiego. Se anche non è uno scrittore, è sufficiente che sappia riconoscere la vera Arte, quando la incontra, e che sia in grado di sostenere una conversazione con te sulle cose che scrivi facendotici le pulci (perché questo verso in questo metro? Che significa quest'altro? Perché questa parola?). E' importante per crederci davvero, ma soprattutto per crescere. Io ho avuto l'inconcepibile fortuna di trovarlo: le sue bastonate su quello che scrivevo e scrivo sono il regalo più bello, quello di cui lo ringrazio ogni volta che posso. Ovviamente poi devi camminare con le tue gambe, ma un sano confronto con qualcuno che "ti renda la vita difficile" è necessario. Io all'università non ho trovato una figura del genere, ma può darsi che tu sia più fortunata.
Lucia, se per te il momento di considerare tutto questo non è ancora giunto, o se ho totalmente mancato il bersaglio nel cercare di puntare alle questioni che poni (ma in effetti mi pare che tu ponga molti più interrogativi di quanto sembri), ignora questo commento, ma considera che se per te la scrittura è una cosa seria prima o poi potresti trovarti a dover affrontare pure queste questioni.
Scusami ancora per aver lasciato passare tanto tempo e per le inevitabili imprecisioni.
A presto!
Linda

ritratto di Lucia

Penso ci possa essere del vero in quanto hai detto e credo di aver individuato almeno uno dei motivi per cui si è creata questa frattura. L'antropologia mi interessa, ma ogni volta che l'affronto (e per ora accade ancora e soprattutto in rapporto all'ambiente universitario) percepisco come un senso d'incompletezza, di superficialità. Studiando la storia dell'antropologia, e quindi i pensieri degli studiosi che ne hanno determinato i caratteri, sono rimasta molto affascinata da alcuni antropologi che sono riusciti a dare spessore alle loro ricerche, senza limitarsi ad una piatta osservazione di campo... potremmo dire che c'era un fondo filosofico.
Nel mio ambiente universitario invece, nei limiti della mia esperienza e delle persone che ho conosciuto o con cui mi sono confrontata, sembra essere andata in gran parte persa la dimensione di ricerca filosofica alla base della ricerca di campo: c'è una mera osservazione, piatta, priva di pensiero e riflessione, e che nemmeno può essere oggettiva, come hanno scoperto gli antropologi durante il corso di formazione della disciplina. Sembra che per fare antropologia basti andare in un villaggio sperduto e descrivere che cosa accade! Quando abbiamo chiesto ad alcuni docenti come avevano scelto il luogo dove fare ricerca sul campo, abbiamo ricevuto come risposta un "ho aperto l'atlante, ho scelto indicativamente quale continente preferivo e ho scelto un paese dove si parlasse una lingua che conosco". Ok, è importante conoscere la lingua del luogo, ma è possibile che sia solo questo a determinare la tua ricerca? Non dovrebbe essere piuttosto una tua domanda a indirizzarti verso il luogo dove può svolgersi la tua ricerca? Oltretutto fare ricerca antropologica non significa necessariamente andare dall'altro capo del mondo... a mio parere significa andare semplicemente dove ti porta la tua ricerca, fosse anche la città accanto (De Martino è stato un grande antropologo italiano e ha fatto ricerche nella sua Italia!). Quello che voglio dire è che è inutile andare fino in Congo se ci si va senza una domanda, ma praticamente a caso o per comodità linguistica.
Tutto questo discorso per dire che probabilmente uno dei motivi per cui non riesco a ricollegare la mia passione per la scrittura alla riflessione antropologica (visto che utilizzo la scrittura come strumento di riflessione) è proprio il fatto che affronto la materia in un ambiente in cui non riesco a portarla ad un livello di riflessione che porti poi ad un "dire necessario". Sono consapevole del fatto che non devo affidarmi solo all'Università, ma anche alla mia ricerca personale, tuttavia mi sto rendendo sempre più conto che per quanto io cerchi di accontentarmi prendendo quel che passa il convento, non riesco e non posso evitare di farmi influenzare dall'ambiente culturale che frequento. Come può l'antropologia diventare un "dire necessario" finché mi verrà presentata e proposta come descrizione priva di riflessione? Purtroppo l'ambiente culturale frequentato influenza profondamente il soggetto senza che quest'ultimo ne sia fino in fondo consapevole... pensavo fosse per lo più un mio atteggiamento a non condurmi molto alla riflessione antropologica, ma qualsiasi atteggiamento è influenzato almeno in parte dall'ambiente, perché anch'esso contribuisce alla nostra formazione.
Direi che siamo così tornati ad una riflessione molto "sicofantiana"...

p.s. per Serena: grazie anche a te per il confronto :-)

ritratto di Atoshi

La necessità di cui parli fa della scrittura un luogo d'esplorazione che spesso ha radici emotive e non solo argomentative. Per esempio mi chiedo spesso cosa abitava l'animo di Primo Levi e cosa abita anche ora le sue pagine. Certo Lucia anche qui si tratta indubbiamente della centralità di un'esperienza, ma la necessità di dire è anche l'impossibilità di tacere? Forse a costo della vita stessa? Se penso al discorso sull'etica di Wittgenstein ed a Wittgenstein come essere umano, ritrovo questa necessità al dire, che sembra necessità fisica e manifestarsi potente di una profonda e radicale incapacitazione che scuote il corpo intero e si fa filosofia.
Per tornare al tema, al tuo post iniziale ed alla frattura di cui parlavi,forse la spaccatura è anche interiore e tutta di chi la testimonia? A dire che appena l'antropologia diverrà "dire necessario" la frattura sarà presto ricomposta e non solo apporti esterni stanno alla base di questa divaricazione. In sostanza affianco alle tue parole intorno alla necessità il concetto di urgenza. Cosa ne pensi?

ritratto di Serena

Ciao Lucia, scusa il ritardo con il quale scrivo, mi sono assentata per un po’.
Sei stata molto chiara nell’esporre le tue ragioni, grazie per i tuoi contributi e per il confonto, mi hanno fornito la possibilità di riflettere sul tema, anche a me molto caro.
Da tre anni agli inizi di settembre entro in una nuova classe, ogni anno allo stesso modo insieme ai professori ripenso ai bisogni dei ragazzi, ben sapendo che insegnare loro a scrivere è una delle mete più importanti, legata a doppio filo con le avventure che si vivono nella lettura; il possesso della lingua scritta è, infatti, il compimento naturale di ogni autentico processo di educazione linguistica.
I ragazzi hanno bisogno assoluto di perfezionare i loro strumenti, e intraprendono il cammino del tutto sprovveduti per lo più. Il regno della lingua, come bene sostenevi nelle nostre scuole, latita.
Quando penso ai ragazzi, la complessità da addomesticare non è molto diversa dai ventenni, ma penso sia differente il terreno, con loro infatti “si può tutto”, con i ventenni esiste in più il problema di cosa sia successo alla loro mente nella prima parte della loro vita. Che cosa sarà avvenuto prima?
Michael Bachtin ha detto che ogni atto linguistico è un atto responsivo, prendere parola in qualunque contesto significa sempre rispondere. Anche il processo di comprensione ha le stesse caratteristiche. L’elaborazione responsiva ne è l’approdo finale. Penso che l’obiettivo da raggiungere sia questo: la consapevolezza della natura responsiva dello scrivere.
Rispondere scrivendo, certo, non è buttare fuori una risposta qualunque. Piuttosto, scrivere significa rispondere riflettendo, meditando. E ciò implica , una radicata abitudine a riflettere e meditare. Oggi la tendenza è quella di semplificare le cose. Per ogni compito di scrittura, le istruzioni da seguire. Un bel diagrammino di flusso e il gioco è fatto. Ci sono tanti stili di scrittura, tanti differenti compiti che si eseguono scrivendo, e per ciascuno di essi delle regole. Vero, ma se il soggetto che deve esercitarsi non ha mai vissuto quel corpo a corpo con la lingua, che è il tentativo di raccontare il proprio mondo e di rispondere agli inviti e alle interrogazioni della parola d’altri, la risposta agli esercizi, anche a quelli meglio confezionati, sarà sempre piatta, banale, ovvia deludente. Senza contare che al momento decisivo, quello del primo avvicinamento alla fatica dello scrivere, il ragazzo non può risolvere un compito specifico se prima non ha vissuto l’esperienza della fatica e del premio di soddisfazione, del far vivere sé stesso nell’universo di una lingua che si rivolge ad altri superando la durata effimera del respiro e della voce. La scrittura è l’altra faccia della lettura, e richiede la stessa fatica e la stessa pazienza, la stessa obbedienza e la stessa creatività. Come la lettura, scrivere è sempre rispondere. Scrivere è l’approdo del leggere. Come nella lettura, sentiamo la parola d’altri che scava in noi, e produce ricchezza; così nella scrittura, è la nostra parola che affiora, e cerca di dirsi e farsi discorso, di trovare la propria via nella infinita flessibilità della lingua.

Grazie ancora per il confronto.

Tanti auguri di buone feste.
Serena

ritratto di Lucia

Se il significato e l'esperienza stessa del significato è forte non è affatto detto che l'opera che ne scaturisce sia altrettanto forte. Un mistico non è automaticamente un artista.

Esattamente :)
Forse bisogna precisare che la scrittura, o qualsiasi altra forma di espressione artistica, può avere più ruoli, più livelli di azione, contemporaneamente: può essere ad esempio sia uno strumento di conoscenza (come spiegavo prima) che, come hai detto tu alla fine, una manifestazione dell'esperienza; quest'ultima ovviamente coinvolge soprattutto la funzione divulgativa (ad esempio, scrivere per diffondere, condividere e mettere a confronto un'esperienza), ma questo forse è già un passo successivo: dopo un primo rapportarsi individuale con la propria esperienza e aver preso quantomeno consapevolezza della sua importanza, del suo valore, nasce il desiderio di condivisione e confronto per comprendere meglio se può esserci verità nel significato che le abbiamo attribuito, oppure per cercare, tramite il confronto con esperienze altrui, di individuarne uno. Forse si dovrebbe distinguere tra "manifestazione per prendere consapevolezza di un'esperienza, per conoscerla" (lo strumento di conoscenza personale di cui parlavo) e "manifestazione per condividere l'esperienza e conoscerla meglio attraverso un confronto con il pubblico" (il passaggio successivo in cui non siete più tu e il tuo sentire, ma interviene anche un osservatore esterno).
Condividete questa idea che il desiderio o la necessità di condividere e confrontare un'esperienza nasca successivamente quantomeno alla presa di consapevolezza della sua importanza, se non del suo possibile significato? O c'è un passo ancora più originario che non ho riconosciuto e che è sufficiente ad accendere il desiderio di condivisione e confronto?

ps: so che siamo andati fuori tema da un po' rispetto all'intervento originario sul blog, ma essendo la mia sezione personale e interessandomi molto la piega che ha preso la discussione, non c'è problema :)

ritratto di Lucia

Per Serena.

La frase era questa?
Sono fermamente convinta che se il modo in cui mi esprimo attraverso la scrittura mi soddisfacesse, allora non avrei nemmeno più bisogno di scrivere.

Te la spiego subito, perché comprendo che possa essere fraintesa :)
Qualche post fa ho affermato che la scrittura è il mio mezzo di conoscenza, nel senso che attraverso l'uso dell'espressione scritta (e il suo studio) riesco a riflettere sulle cose e, per quanto mi è possibile, a conoscerle. Un ruolo importante in questo processo di conoscimento c'è l'ha proprio lo studio, l'esercizio, la riflessione su come esprimere al meglio, nuovamente per quanto mi è possibile, un concetto, un pensiero, un'idea, un sentimento...
Capita spesso di comprendere per davvero, o semplicemente meglio, un pensiero, un concetto o un sentimento proprio durante lo sforzo compiuto per "esternarlo" e renderlo "concreto", per esempio spiegandolo a voce ad un amico o mettendolo, come in questo caso, su carta. Poiché una migliore comprensione mi giunge proprio tramite lo sforzo che compio per trovare una buona espressione, è inevitabile che se la mia tecnica espressiva fosse perfetta (prospettiva irreale) ciò significherebbe la fine della scrittura come mio mezzo di conoscenza (in questo senso "non avrei più bisogno di scrivere"), infatti, sapendoli esprimere al meglio, avrei ben chiari tutti i pensieri che affollano la mia mente. Ovviamente un dubbio resta un dubbio, anche se sai esprimerlo con grande eleganza, ma nel mio personale caso la scrittura perderebbe comunque una parte fondamentale del suo ruolo: se non ho bisogno che mi faccia da strumento di conoscenza, non sento più la necessità di scrivere (il che non significa che smetterei di pensare).
Ma dal momento che non credo che mi sentirò mai soddisfatta di come scrivo (indice che nella mia testa c'è un vortice confuso e disorganizzato di pensieri), sento di poter affermare anche che la scrittura resterà sempre uno dei miei mezzi di conoscenza, forse il più importante e il più caro, e che la ricerca, sulla scrittura e tramite la scrittura, sarà ancora molto lunga...
Sono riuscita a chiarire la frase? Se c'è qualcosa che non ti torna, fammi pure sapere che provo a spiegarmi meglio (imperfezione espressiva, per l'appunto!!) :-)

ritratto di Serena

Concordo anche io pienamente con te, pensavo solo (evidentemente fraintendendo) che questa armonia tra forma e contenuto fosse contraddetta da quanto detto nell'ultima frase del precedente post...
...se fossi soddisfatta smetteresti di scrivere...se hai contenuti da comunicare, con necessità impellente (e l'artista spesso, la ha) non smetti, anche se hai scritto "La Recherche"... la SCRITTURA E' UN MEZZO, non un fine...ribadisco...

ritratto di Atoshi

Yes concordo a pieno Lucia, mai pensato che tu intendessi farti paladina della tecnica, se ho dato adito a questo pardon ma non era mia intenzione. Resto fermamente convinto che oltre a dire si debba assolutamente saper dire. In realtà l'esplicitazione eccessiva dei significati in letteratura e poesia rischia, secondo me, di indebolirne la pregnanza e quindi l'arte del dire è molto, per quel che posso intendere, l'arte di velare e sottendere con estrema precisione. Far questo è difficile e senza competenza tecnica matematicamente impossibile.
Se il significato e l'esperienza stessa del significato è forte non è affatto detto che l'opera che ne scaturisce sia altrettanto forte. Un mistico non è automaticamente un artista.
La scrittura mi pare non essere in sé solo ed esclusivamente uno strumento tecnico, ma anche una manifestazione, come il corpo del ballerino che pulsa prima e dopo la danza...

ritratto di Lucia

Sono d'accordo con te, ma non ho mai affermato che la tecnica fosse la parte più importante, anzi era proprio questo il fraintendimento che vi sottolineavo nel mio precedente intervento, infatti ho parlato e riparlato di armonia tra forma e contenuto. Armonia non significa forse equilibrio tra le due parti? Se c'è armonia come può esserci uno sbilanciamento verso la tecnica? Se ho insistito molto è stato semplicemente perché avevate interpretato (e mi sembra che ancora persista il fraintendimento) le mie parole come una mera attenzione allo studio tecnico della scrittura, ma nei miei interventi ho sempre cercato di evitare qualunque sbilanciamento sia verso la mera tecnica che verso il mero significato, che non può essere espresso se non tramite un minimo di conoscenza tecnica. Il fatto che voglia affinare le mie capacità di espressione non esclude assolutamente un approfondimento parallelo dei contenuti, non estremizzate. Non credo di aver mai scritto di avere come obiettivo la sola forma, anzi ho più volte sottolineato la mia idea di tecnica come strumento e non come fine, e di armonia tra contenuto e forma.

Non sono d'accordo sul fatto che la danza sia suprema tecnica e che il talento dell'espressione sia dei coreografi. Senza nulla togliere ai coreografi, la coreografia può essere la più poetica mai vista, ma se ad interpretarla c'è un ballerino tecnicamente perfetto, ma privo di poesia nel suo saper muovere il proprio corpo, allora tutto il talento del coreografo va sprecato. Se il ballerino fosse una semplice marionetta, per quanto tecnicamente perfetta, non riuscirebbe mai a trasmettere il genio della coreografia.

Tornando alla scrittura, non voglio dare un valore superiore alla tecnica rispetto al contenuto, non è mai stata mia intenzione nè mai lo sarà, questo però non toglie l'importanza anche dello studio tecnico: il valore in fatto di contenuto della Divina Commedia a mio parere viene innalzato ancora di più di quanto faccia da solo proprio grazie al grande studio tecnico che c'è stato dietro alla realizzazione di ogni verso... Dante non era solo talento e ispirazione, ma anche (e ripeto "anche") tanto tanto tanto lavoro e studio tecnico, poiché forma e contenuto non possono andare lontano l'una senza l'altro.

Le persone coltissime che conosci e che praticano la scrittura quotidiana con risultati banali sono semplicemente un esempio dell'eccesso da cui vi mettevo in guardia nel post precedente... ma ogni cosa diventa negativa nel suo eccesso: anche un'eccessiva attenzione al contenuto senza attenzione per la forma è sbagliata, perché sono sbagliati gli estremi; ancora una volta sottolineo l'importanza dell'armonia tra forma e contenuto. Quello che dico vi apparirà sempre sbagliato finché non vi fermerete a riflettere su questa parola che continuo a ripetere più e più volte. Continuerò a difendere l'importanza della forma sempre e solo ai fini di quest'armonia, non certo per farla prevalere sul contenuto, non ho mai detto questo, come non ho mai detto che l'arte nasca dal lavoro. Dico solo che il lavoro è una parte importante, anzi fondamentale (ma non certo sufficiente nella sua mera individualità), perché il talento lasciato a se stesso non va lontano.

Al giorno d'oggi c'è una tendenza a valutare più la forma del contenuto... opporsi a questo non significa fare l'errore opposto e cioè valutare il contenuto senza valorizzare anche la forma. La soluzione al problema sta nell'armonia delle due parti... se c'è equilibrio, quello che ho sottolineato finora, dov'è l'errore?

ritratto di Serena

" Sono fermamente convinta che se il modo in cui mi esprimo attraverso
la scrittura mi soddisfacesse, allora non avrei nemmeno più bisogno di
scrivere."

La scrittura per me è e rimane un mezzo, non un fine. Secondo me è assolutamente velleitario e insopportabilmente futile andare alla ricerca della "scrittura perfetta". La battaglia è persa in partenza, perché la perfezione e la soddisfazione totale ci sono precluse. Ma soprattutto perché non si scrive per ottenere un insieme di parole armoniosamente disposte tra loro in modo perfetto, ma per esprimersi. L'arte sta nell'espressione di un contenuto quanto nella forma con cui esso viene espresso, inscindibilmente, siamo d'accordo. Ma non si può avere come obiettivo della scrittura la sola forma. Si perde l'anima, e con essa la tanto amata poesia...
Se fosse così importante la tecnica, colui che dipinge repliche identiche di opere celebri con perfetta tecnica, sarebbe "artista" quanto l'esecutore originario.
Sarebbe bello, davvero, e straordinariamente "democratico" che il lavoro conducesse all'arte. Questo, purtroppo non basta, e spesso, un grande e geniale artista, ahimè, può fare anche a meno dell'esercizio.
Il ballerino non è un esempio calzante, perché la danza è suprema tecnica e la sua realizzazione è arte...ma il genio ed il talento li ha il coreografo che "esprime" contenuti attraverso il movimento nella musica. Il danzatore esegue, con tanto sacrificio ed esercizio, e solo a volte con talento ed arte, ma solo se è in grado di "trasmettere" i contenuti...le emozioni. Ore ed ore di sbarra e palestra non garantiranno mai questo esito, anche se la "perfezione tecnica" è stata avvicinata...i grandi danzatori sono artisti, non solo esecutori perché hanno talento e "arte" e non solo tecnica...
E la scrittura, secondo me, è la forma di espressione artistica che, paradossalmente, necessita di meno tecnica e più talento. Anzi dirò di più...è il talento che garantisce la bellezza formale della scrittura, non l'esercizio, molto più che nelle altre arti, dove gli strumenti devono essere più affinati. Conosco persone coltissime, avvezze alla scrittura quotidiana, esigentissime che scrivono in modo banale e sono incapaci di trasmettere davvero attraverso il mezzo scritto. E poi devi avere qualcosa da dire e sentire come necessario, comunicarlo...Serve dunque esperienza, conoscenza, visione del mondo...

Un salutone
Serena

ritratto di Lucia

Rispondo ad entrambi. Vi chiedo scusa se la risposta sarà un po' lunga, ma credo di aver individuato il punto su cui ci fraintendiamo. Se c'è qualche altro fraintendimento o ci sono punti in cui non sono chiara, avvisatemi.

Quando parlo di "esercitare la scrittura" non intendo dire che la scrittura debba limitarsi all'esercizio tecnico-artigianale. La scrittura, come qualsiasi altra pratica, da una parte è ispirazione, poesia, passione; dall'altra è anche esercizio, disciplina, un lavoro anche di rifinitura, ma un aspetto non esclude necessariamente l'altro, anzi io la scrittura la intendo come unione delle due parti: come non riesco a pensare ad una scrittura senza ispirazione, senza il suo lato romantico e poetico, così non riesco a paragonare ad una semplice tecnica o arida operazione chirurgica il desiderio di approfondire e migliorare il proprio modo di esprimersi... dopotutto, quello che esprimo è comunque quello che sento, perché la "tecnica" è il mezzo, non certo il fine o il contenuto.
Anche leggere tanto, come hai detto tu Serena, è un buon modo per imparare ad esprimersi (sto leggendo ora "Un altro mare" di Claudio Magris ed è poesia pura!), ma questo non l'ho mai negato e l'esercizio della scrittura non esclude (non deve assolutamente farlo!) un'abitudine alla lettura. "Abitudine" nel senso positivo del termine.
L'esercizio a scrivere, come dicevo, deve essere un mezzo, non il contenuto e perciò non si deve naturalmente rischiare di non vedere altro a parte l'esercizio di scrittura fine a se stesso (ci sono passata per un periodo ed è stato un cosiddetto "errore educativo"). Se viene però praticato con la giusta misura, perché lo vedete come come pura tecnica o un'operazione chirurgica? Un ballerino che passa una settimana ad allenarsi su una piroette per perfezionarla non lo fa forse per poter esprimere al suo massimo (che non significa per forza "perfezione" e non per questo perde valore) il significato di quella piroette, di quell'immagine in movimento, nel momento in cui l'elemento, la piroette, entra in armonia con tutta quella sequenza di movimenti e suoni che costruisce poi l'arte, la poesia di un'esibizione, di uno spettacolo, di una danza? Il talento e l'ispirazione sono tremendamente e irrimediabilmente importanti... ma il talento, senza esercizio e senza un po' di fatica, non germoglia.

Meglio mascherare e alludere o mirare direttamente al poetico indicandolo con precisione chirurgica?

Adoro mascherare e illudere per raggiungere il poetico :) ma anche questo mascherare e illudere è qualcosa che bisogna pian piano imparare, anche quando si parte da una buona base di talento e ispirazione. Imparare ad esprimersi non significa necessariamente mettere bianco su nero, dire esplicitamente le cose come stanno. Sapersi esprimere e dire tutto senza veli (quasi scientificamente) non sono sinonimi; possono diventarlo, ma non lo sono a priori.
Per tutti questi motivi non riesco, e nemmeno desidero, pensare alla scrittura come a qualcosa di diverso da quella splendida armonia tra forma e significato, come ogni altra disciplina artistica: il musicista si allena tutti i giorni per poter toccare ed esprimere a sua volta la poesia propria o altrui; il pittore dipinge abitudinariamente e studia le diverse tecniche di disegno per trovare e perfezionare quella che più è in armonia con il suo sentire; un ballerino passa ore e giorni alla sbarra ad allenarsi e a perfezionare quella sequenza di plie e grand-plie che a se stante appare noiosa e quasi meccanica, ma nel momento in cui l'esercizio ben appreso si armonizzerà con tutti gli altri, ecco che diventerà poesia.
La forma di per sé vale poco e poco riesce a fare un contenuto se non viene ben espresso. Se c'è armonia tra le due, ecco che la forma eleva, innalza ed esalta (con modestia o con un'esplosione) il contenuto nel più bello degli enlevement.
Ecco, provate a pensare proprio ad un enlevement e cioè al sollevamento di una ballerina da parte di un ballerino (in genere i ruoli sono questi). Il ballerino che sostiene è la forma e se lo prendiamo di per sé, senza la ballerina sollevata, appare un po' ridicolo e soprattutto incompleto. Per quanto riguarda la ballerina, a meno che non sia Peter Pan, di suo non si solleva in aria, non può farlo, per quanto la sua posizione possa essere poetica una volta innalzata. La ballerina è il contenuto poetico che resta inespresso se non interviene la buona forma, il ballerino.

Un esercizio tecnico fine a se stesso termina nel suo compiersi quotidiano, ma non è questo il valore che attribuisco io all'esercizio, e mi pare che sia questo il punto su cui ci fraintendiamo.
Perché per voi l'esercizio tecnico ha necessariamente una valenza o anche solo una sfumatura negativa? Il suo eccesso è negativo, ma questo vale per qualsiasi altra cosa. Quando si dice "il troppo stroppia"...
Forse è dovuto al fatto che oggigiorno tendiamo a tener ben separati, per cultura e società, la tecnica e il perfezionamento dalla poesia, e di conseguenza al solo sentir parlare di tecnica la si intende in senso negativo, fine a se stessa, arida, artigianale e chirurgica. Perché la tecnica ha smesso di essere strumento di poesia? Dopotutto la poesia si può trovare nella tecnica stessa: quante volte troviamo poetico l'impastare della nonna che prepara il pane anche quando l'impasto è visibilmente una massa gommosa, molliccia e appiccicosa? Oppure il lavoro dell'artigiano mentre scolpisce il legno anche se questo inizialmente è solo un anonimo, "scheggioso" e sporco tronco? O ancora l'errare di un pastore (in montagna ancora ce ne sono) anche quando quello che si porta dietro sono pecore piuttosto puzzolenti? Perché queste immagini sono poesia? Uno dei motivi, a mio parere, è perché dietro a queste immagini c'è il lavoro e la fatica di una vita che si libera e si espande anche in un semplice gesto, entrando in armonia con ciò che lo circonda. Un falegname, per quanto pieno di talento, non è di certo nato sapendo trarre e trasmettere poesia nel legno. C'è stato tanto lavoro dietro, tanto lavoro che non sempre è stato poesia o non sempre è stato in grado di trasmetterla, ma è sempre stato volto in quella direzione, più o meno consapevolmente: non credo sia un caso il fatto che, spesso, chi ama il proprio lavoro, perché è in quel lavorare che trova poesia e significato, sia anche chi meglio sa fare il proprio mestiere.
Il talento non deve essere un freno, la fine del cammino. Il talento è un buon inizio, uno scarpone (uno solo) per attraversare una strada ciottolosa che gli altri percorrono con entrambi i piedi nudi.

Si potrebbe dire che il mio modo di scrivere, il mio stile sia sufficiente... ma non mi soddisfa il fatto che sia sufficiente, perciò per me non è nemmeno sufficiente. Non si tratta di chissà quale brama peccaminosa e avida che potrebbe spedirmi all'inferno, ma semplicemente di essere rimasta stregata dall'incanto della scrittura, dell'armonia tra le sue forme ed i suoi significati e di aspirare ad essa... prendendo forme e significati separatamente mi sento sempre insoddisfatta, incompleta, inespressa e spesso incapace di cogliere (che non significa necessariamente "esprimere") l'inesprimibile.

Sono fermamente convinta che se il modo in cui mi esprimo attraverso la scrittura mi soddisfacesse, allora non avrei nemmeno più bisogno di scrivere.

Dopotutto anche scrivere è una ricerca.

ritratto di Atoshi

Secondo te si riesce ad abbracciare con le parole anche quel che le parole non riescono comunque a dire completamente? La scrittura insegue questo sfuggevole e inafferrabile "elemento" oppure è risolta in se stessa come un possibile teorema fatto di narrazioni, esercizi, precise descrizioni e tesi inconfutabili, percorsi precisi e mappe?

Dire esplicitamente è un limite o una qualità? Meglio mascherare e alludere o mirare direttamente al poetico indicandolo con precisione chirurgica?
buona notte

ritratto di Serena

Mmmhh, un po’discordo....
Secondo me la "palestra" per la scrittura è la lettura.
Per scrivere bene, davvero bene, non si deve passare la vita a mettere giù parole, ma a leggere, leggere, leggere. Di tutto, secondo me. I grandi classici, ma anche i quotidiani, le riviste e la narrativa contemporanea. Si scrive bene solo con il confronto, la lingua scritta non si finisce mai di scoprirla. Si può migliorare l'esposizione con la tecnica, forse, un pochino, ma secondo me è una miscela di talento e ispirazione (date, entrambe in modo diverso, dalla lettura e dalla natura). Infatti ho sempre pensato che le varie scuole di scrittura creativa o meno fossero un po’una farsa....Io non ho mai sperimentato difficoltà nell'esprimermi dopo periodi di astinenza. Solo fasi umorali di maggiore o minore ispirazione, che nulla hanno a che fare con l'esercizio...ma siamo diversi e forse vivi la scrittura in senso più "tecnico-artigianale" di quanto faccia io.
Non vedo qual è il problema, dunque, in finale...mi sembra che tu sia magnificamente in grado di applicarti pure a scrivere sull'antropologia e ad enuclearne i concetti a cui tieni.
Ripeto, se già hai tale consapevolezza...il resto vien da se....
Hai tutte le motivazioni giuste per scrivere...fallo ...e traine la massima soddisfazione...sempre TAKING IT EASY!!!!

Perdonami se taglio le cose con l’accetta..:)
Scappo in stazione..

Un salutone
Serena

ritratto di Lucia

La scrittura è ispirazione e passione, senza dubbio, ma sono fermamente convinta che si tratti anche (non solo, naturalmente) di esercizio. Mia sorella disegna e sicuramente ha bisogno di ispirazione e passione, ma anche di tanto esercizio per affinare la tecnica o provarne diverse (anche solo per trovare la propria)... se non ha i mezzi per esprimere ciò che sente, che fine fa il suo sentire? Con la scrittura penso che avvenga qualcosa di molto simile e ho provato sulla mia pelle che un periodo privo di esercizio (parlo di almeno qualche mese, non di un paio di giorni) ti rende più difficile la ripresa: ti accorgi che la tua scrittura si è fatta più insicura, sia in fatto di contenuti che di stile e di efficacia nell'esposizione... e ti demoralizzi (di male in peggio!!). Quando parlo di esercizio di scrittura, non intendo però una produzione quotidiana di opere manzoniane :) può trattarsi anche solo di qualche frase, della stesura di un pensiero momentaneo... tutte cose (contenuti o espressioni) che puoi usare e rielaborare in futuro o non utilizzare affatto, senza problemi. L'abitudine a scrivere inoltre può stimolare anche l'ispirazione, e non solo renderti più semplice l'esposizione di un pensiero nel momento in cui ti coglie.

Per quanto riguarda il collegamento con l'Antropologia naturalmente non è scritto da nessuna parte che debba esserci, ma è qualcosa a cui miro e che mi sono accorta di non aver ancora raggiunto neanche di striscio. Sono perfettamente consapevole di non avere ancora abbastanza strumenti per produrre chissà quale opera, non ho tale presunzione, anche perché non vivo la questione con la ferma intenzione di pubblicare qualcosa, ma semplicemente (come inizio almeno) di poter riflettere tramite la scrittura e di poter poi esprimere queste riflessioni attraverso di essa; tuttavia penso di possedere già delle conoscenze base sufficienti per potermi immergere in qualche riflessione, anche ingenua... attraverso la scrittura. E' vero che sono solo al secondo anno di antropologia, ma è anche vero che sono già al secondo anno di antropologia... qualche base ce l'ho e già cominciano a chiedermi se ho qualche possibile idea per la tesi (è successo oggi ad un esame), perciò, senza lasciarsi prendere dalla presunzione, penso sia il momento di cominciare a immergersi davvero nella materia e magari di aspirare ad altri strumenti/conoscenze, più che aspettarle.

Non so se sono riuscita a spiegarmi, ma l'idea ce l'ho ben chiara in testa, quindi se c'è qualche punto non chiaro, chiedimi pure che provo a precisare :)

Grazie di nuovo per il commento e per l'attenzione!

ritratto di Serena

Ciao Lucia, scusami in anticipo se sono fuor di luogo.
Penso che "scrivere" non sia una medicina da assumere, ne un esercizio da praticare....se è una passione si pratica come tale: quando c'è la voglia e lo stimolo. L'istruzione non serve stimoli sul piatto, tuttavia dovrebbe fornire gli strumenti per riceverli. Forse è solo presto, per applicare la tua passione al corso di studi. Aspetta di avere gli strumenti, quelli che l'università ti dovrebbe (si spera...) fornire e dedicati a scrivere ciò che ti appassiona "fuori". So pochissimo di antropologia, ma suggerirei un bel giro, che so, in un campo nomadi, o in un paesello sperduto del sud con le vecchiette in nero e tenterei di far “compenetrare” la realtà con lo studio,magari con un bel confronto con il popolo del centro commerciale del sabato pomeriggio..di materiale per scrivere ce n’è ...
Certo, la tribù non è dietro l'angolo, ed il divario tra "realtà" universitaria e "realtà" extra è ovvio che ci sia… ma…ahimè… credo ci si possa arrangiare...

Un salutone,
Serena

ritratto di Lucia

Credo che sia possibile.
Proprio da poco mi è stato raccontata l'esperienza di una ragazza che sta prendendo la laurea triennale in Scienze Antropologiche. A quanto ho capito, il percorso dei tre anni le è risultato incoerente e inconsistente fino al momento della tesi e proprio tramite quest'ultima ha potuto prendersi del tempo per riflettere, anche tramite il mezzo della scrittura naturalmente, e di ricostruire (o forse individuare?) un filo conduttore in quanto aveva studiato fino a quel momento. Ecco che la scrittura è diventata mezzo e occasione di conoscenza, riflessione e presa di consapevolezza. Nel mio specifico caso, poiché la scrittura è il "mezzo di conoscenza (e riflessione)" che prediligo, questo è proprio ciò che forse stavo cercando: il momento in cui posso conoscere tramite la scrittura.
Ti riporto un altro esempio. Il docente del corso di Filosofie dell'India e dell'Asia Orientale ci ha informati che una parte dell'esame verterà su un argomento a piacere e che possiamo anche presentare una relazione scritta (e ovviamente esporla). Ha detto che è consigliata, ma non è obbligatoria, perché in Italia (all'estero invece sì) non c'è l'abitudine di scrivere e consegnare periodicamente relazioni, ricerche e tesine durante esami o anche durante i corsi, quando in realtà è un'ottima occasione per mettersi in gioco, approfondire e vedere che cosa si è effettivamente capito. Non so se questo dipenda dalla pigrizia o mancanza di tempo da parte di studenti, professori o entrambi, tuttavia credo che sarebbe di forte aiuto per cercare di riportare le lezioni verso una dimensione più personale, perché in quel momento devi affrontare un argomento di petto e magari nemmeno per prendere la lode all'esame.
Questi sono esempi di come la scrittura può diventare mezzo di conoscenza nell'ambito del percorso di studi e credo che ciò possa coincidere con quello che tu intendevi con "riportare la scrittura (mia) nell'Università".
Per quanto riguarda la seconda parte, e cioè il riportare l'Università dentro la scrittura, cercherò di fare più (consapevole) attenzione agli aspetti della mia esperienza universitaria, che siano contenuti o avvenimenti, di cui forse già scrivo, senza esserne, come dicevo, consapevole.
Forse mi sembra di non parlarne semplicemente perché non lo faccio con consapevolezza, appunto...
Devo riflettere a riguardo.

Grazie per il consiglio :)

ritratto di Atoshi

Ciao Lucia
Forse dico una cosa banale, ma un tentativo potrebbe essere quello di portare la scrittura (tua) nell'Università e l'Università dentro alla scrittura.

Soprattutto scrivere a casa partendo da un episodio nato all'Università. Non per far diventare forzatamente l'Università una tua seconda casa, ma per far sì che quel che incroci come studentessa possa essere fonte, anche trasversale e periferica del tuo lavoro creativo.

Possibile?

ritratto di Lucia

Il tuo commento mi ha fatto capire che mi sono espressa male, non me n'ero accorta ad una prima rilettura. Ho scritto che l'Università non è riuscita a stimolarmi, ma intendevo ricondurre il problema proprio alla me stessa che si relaziona al sistema "scuola" e non al sistema "scuola" in sé. Il fatto è che mi sono resa conto che si è creato un grosso divario tra ciò che apprendo a lezione e ciò a cui mi dedico principalmente dopo le lezioni. Non dico che ogni cosa che studio debba ricollegarsi a tutta la mia vita, ma non è nemmeno possibile che quasi non ci sia richiamo tra ciò che studio (dovrà pure essere una buona fonte di informazioni, riflessioni e ispirazione, giusto?) e ciò a cui mi dedico "fuori da scuola", la scrittura.
Com'è possibile che ciò che scrivo sia in gran parte "completamente altro" rispetto a ciò che studio? Studio una materia che mi piace, mi piace scrivere ed ho scelto Antropologia perché mi sembra un approccio interessante a contenuti a cui vorrei anche dedicarmi quando scrivo. Come mai non riesco a far incontrare questi interessi?

Ah, quando alla fine ho parlato del sentirmi in colpa se decido di scrivere al posto di studiare (e viceversa) non è da intendersi che non voglio mai compiere tale scelta, è inevitabile che i nostri interessi non possano sempre compenetrarsi a vicenda; però mi piacerebbe riuscire ad approfondire ciò che studio tramite la passione per la scrittura, e viceversa completare lo studio della scrittura con contenuti e riflessioni ispirati a ciò che studio, in modo che possano continuarsi a vicenda... in modo da non confinare l'antropologia all'ambiente "Università" e la scrittura all'ambiente "casa" (quando non studio).
Visto che per ora non riesco a far compenetrare i due interessi, quando invece questo era (ed è) il mio obiettivo, mi stavo domandando com'è avvenuta questa forte frattura e come fare per vivere l'Università come qualcosa che mi rappresenta e non come qualcosa a cui attingo di tanto in tanto e che resta separata da ciò che sono.
Vorrei riuscire a vivere l'Università un po' come vivo l'ambiente "casa" (intesa come "non-Università"), perché entrambe mi rappresentano.

Sono riuscita a spiegarmi un po' meglio? Spero di sì :)

Grazie per il commento!

ritratto di Serena

Cara Lucia, credo che l'essere stimolati da quello che ci circonda sia soprattutto una condizione personale. Capisco che il metodo universitario italiano sia molto nozionistico, con scarse sollecitazioni intellettuali, ma se c'è passione, anche un trattato sull'idraulica applicata ti può far venire voglia di approfondire. E poi, ohibò, se scrivere è una passione, non è detto che debba essere applicata necessariamente allo studio, né che scrivere sulla realtà "extra-scolastica" ti porti a sottrarre risorse allo studio. Scrivi quando hai voglia, ti riesce magnificamente, senza sensi di colpa...che non è tempo sottratto allo studio...è solo tempo ben speso…..

Un salutone,
Serena

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